La Nuova Sardegna

Il Nobel Martin Chalfie: «Finanziamenti pubblici per una ricerca libera»

SASSARI. Da ragazzo pensava che i ricercatori fossero individui isolati dal resto del mondo e costantemente immersi nei loro studi. Era convinto che gli scienziati trascorressero buona parte dell’esis...

3 MINUTI DI LETTURA





SASSARI. Da ragazzo pensava che i ricercatori fossero individui isolati dal resto del mondo e costantemente immersi nei loro studi. Era convinto che gli scienziati trascorressero buona parte dell’esistenza solitari, avulsi dalla realtà circostante, ostinandosi con tenacia, dentro i laboratori, a trovare le risposte ai tanti interrogativi incontrati durante la faticosa attività di ricerca.

Negli anni ha avuto tempo e modo di ricredersi, arrivando infine a una serie di conclusioni che hanno poi condizionato il suo straordinario lavoro di scienziato. Dopo ogni tappa del suo percorso di ricerca, infatti, ha capito quanto fosse importante nella scienza la componente umana, quanto possano l’amicizia e la condivisione, determinare i destini di un’indagine, quanto importanti siano lo scambio reciproco e il confronto continuo con i compagni di viaggio. Se la sua ricerca è andata a buon fine, infatti, si deve al lavoro di squadra fatto con i colleghi Osamu Shimomura e Roger Y. Tsien che con lui hanno condiviso una prolifica stagione di scoperte.

Questa è la lezione più importante di Martin Chalfie, premio Nobel per la Chimica, ospite, ieri a Sassari, nell’aula magna dell’Università, per partecipare alla giornata internazionale di studi dedicata al microbiologo Piero Cappuccinelli. L’iniziativa, organizzata e promossa dall’ateneo turritano, ha visto allo stesso tavolo accademici, esponenti politici e amministratori, riuniti con l’intento di fare il punto sul ruolo centrale della ricerca di base nei programmi di cooperazione internazionale. Al riguardo c’è da dire subito quanto la vicenda umana e professionale del biologo americano Martin Chalfie possa essere emblematica per capire la straordinaria portata della ricaduta di una scoperta scientifica eccezionale come la proteina verde fluorescente, osservata per la prima volta, nel 1962, in una medusa e diventata poi uno dei più importanti strumenti della scienza contemporanea.

Grazie alla sua fluorescenza naturale, alle dimensioni relativamente ridotte e alla possibilità di modificarne le caratteristiche luminose, la Gfp è diventata, negli ultimi decenni, lo strumento più diffuso per “marcare” le cellule oggetto di studio, distinguendole dalle altre. Se colpita da una radiazione a una certa lunghezza d'onda, infatti, la proteina fluorescente è in grado di emettere luce di colore verde intenso, da qui l’impiego nello studio delle cellule tumorali, nella ricerca sulla degenerazione delle cellule cerebrali, negli studi sul morbo di Alzherimer o sullo sviluppo dei batteri nocivi. Ma al di là delle questioni tecniche, pure importanti, diversi passaggi, della lectio magistralis tenuta dal Nobel statunitense in una gremita aula magna, hanno offerto ampia materia di riflessione. Fra questi, va rimarcato senz’altro quello relativo alla necessità di finanziare la ricerca, specie quella di base, anche quando i risultati non fossero immediatamente fruibili. Martin Chalfie si è soffermato a lungo su un tema delicato in un periodo storico caratterizzato da tagli continui che costringono a fare delle scelte spesso dolorose e impopolari. «La scoperta – ha spiegato il biologo americano – è il frutto di un cumulo di nozioni che provengono dall’attività di ricerca di tanti studiosi, se manca la base, coloro che proseguono non potranno mai arrivare alla scoperta che magari è proprio quella più importante, quella che consente di salvare la vita o di costruire una struttura ingegneristica capace di sostenere un’autostrada».

Non solo, Chalfie, ha voluto evidenziare, a chiare lettere, quanto la ricerca portata avanti nelle strutture pubbliche abbia meno vincoli, offra risultati di più ampio respiro e soprattutto sia più libera. Prima della lectio magistralis tenuta nel pomeriggio, nella sede centrale, di mattina, il Nobel ha incontrato gli studenti nel dipartimento di Scienze biomediche. Rispondendo alle loro domande, ha raccontato anche tanti aneddoti relativi alla sua attività di ricerca, come le difficoltà incontrate all’inizio. In prima battuta, infatti, la comunità scientifica internazionale, a suo tempo, non comprese subito la portata della scoperta e questo dettaglio, certamente non marginale, della sua vicenda professionale, ha offerto lo spunto per invitare i ragazzi a essere ostinati, a non rinunciare mai alla difesa delle proprie posizioni anche in circostanze oggettivamente difficili.

Non lasciare decidere l'algoritmo:

scegli La Nuova Sardegna per le tue notizie su Google

Primo Piano
Maltempo

Meteo Giuliacci, ciclone in arrivo: piogge intense e temperature in picchiata

Le nostre iniziative