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Scrittore e detective per narrare la follia

Scrittore e detective per narrare la follia

Con la lectio magistralis di Patrick Mc Grath si è chiuso il festival letterario Leggendo Metropolitano

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CAGLIARI. Narrare la follia, la ragione smembrata, il caos della mente, sembra quasi un controsenso quando occorre dotare un romanzo di struttura, di progressione e un chiaro disegno. Patrick McGrath, docente di scrittura all'Università di Princeton, ha dimostrato che si può farlo con successo, vista la fortuna dei suoi libri pubblicati in più di venti paesi, da “Spider” e “Martha Peake”, fino a “Follia” e al recente “Constance”.

Nell’ultima serata di Leggendo Metropolitano, domenica in piazza Palazzo (location di molti dei precedenti incontri , da Capossela a Jeremy Rifkin) con McGrath ha offerto una serie di motivazioni a questa sua capacità nella lectio magistralis che domenica sera ha chiuso il festival organizzato da Prohairesis. Per primo cita il fatto di aver abitato per lunghi anni alla porta accanto al manicomio in cui lavorava il padre psichiatra, basilare fonte di ispirazione, e aver compreso che la schizofrenia non è una semplice malattia, ma una sindrome complessa, una costellazione di sintomi e comportamenti.

Il secondo passo è l’aver studiato il romanzo gotico, e individuato nel New Gothic, di cui ha curato un’antologia, i due temi portanti della trasgressione e della decadenza, e poi, come terzo elemento che si relaziona con questi, la follia. L’esempio, come ammiratore e lettore di Poe, sta nel protagonista de “Il barile di Ammontillado”. Entrando nelle paranoie di Montresor, che ha murato vivo l’amico Fortunato in un palazzo veneziano, i lettori si trovano anche loro murati in una struttura soffocante ma logica che ha come premessa la follia. Da qui nacque il primo impulso per il protagonista schizofrenico di “Spider”.

Altro esempio è “La tappezzeria gialla” di Charlotte Perkins Gilman, scrittrice e femminista di fine Ottocento, sottoposta per una psicosi post-partum alla cosiddetta “cura del riposo”, con l’isolamento da ogni stimolo. Si salvò scrivendo la sua storia per convincere dell’errore della cura, descrivendo lucidamente le fasi, con l’ossessione per la tappezzeria della sua stanza/prigione, della discesa inesorabile nella follia. Così il protagonista di Spider – da cui Cronenberg trasse un film molto apprezzato da McGrath – prosegue per gradi nella sua ossessione per il gas, causa di morte della madre, fino a percepirne l’odore dentro di sé.

Non è irrazionalità, sottolinea McGrath, ma quasi la codificazione somatica del suo tormento legato alla cattiveria e al senso di colpa. Come l’immagine della “campana di vetro” di Sylvia Plath, in cui si è costretti a respirare la propria stessa aria pesante. Bisogna riuscire ad avvicinarsi a queste prospettive implacabili, e, citando Laing, comprendere come si può “morire di sete in un mondo pieno d’acqua”. Capire, dice lo scrittore, come faceva suo padre, con empatia e comprensione, il mondo vissuto dai folli, la loro “lingua senza discorso”, e attuare una forma di scrittura complessa, trasformando il lettore in un detective psichiatrico.

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