La saga dei Chironi, un lungo viaggio che approda al Nulla
“Luce perfetta” chiude la trilogia cominciata con “Stirpe” Cuore del racconto i destini incrociati di due giovani uomini
di Alessandro Marongiu
Non certo la tempra, Domenico Guiso, ha ereditato da Giovanni Maria detto Mimmìu. Il cognome e una certa agiatezza economica, questo sì, senz’altro; e poi ancora un sentimento difficilmente definibile, capace di comprendere l’invidia e l’astio così come l’amore, verso uno della famiglia dei Chironi: il primo lo prova nei confronti di Cristian, suo amico fraterno di poco più piccolo, il secondo nei confronti di Vincenzo, padre di Cristian, che nel lontano 1943 aveva per caso da Lula riaccompagnato a casa sua a Nuoro, rimanendo invischiato nella sua persona e nella sua vita fino a quel giorno del 1959 in cui, dopo averlo trovato impiccato, aveva provato inutilmente a soccorrerlo. Ma la tempra, a detta di tutti, proprio no: e così quando Mimmìu muore, Domenico prende il suo posto a capo dell’azienda di costruzioni che dirigeva, ma nessuno è disposto a riconoscergli né il credito né il rispetto che il genitore aveva saputo crearsi, in non rare occasioni con un fare subdolo e disonesto.
Giovane pallido.
Eppure, chi vede nel giovane il pallido riflesso di colui che l’ha messo al mondo, non potrebbe essere più in errore: la sua vera natura, molto complessa, è ben altra, e lo porta a non fermarsi davanti a niente e a nessuno, anche a costo di restare, alla fine del percorso, senza niente e senza nessuno, a parte un succedaneo di esistenza con una donna che forse non ama, Maddalena, e un figlio che pare non amare lui, Luigi Ippolito, il quale scopre presto e la sua vocazione religiosa e la sua mancanza di pietà, e fa di tutto per trasferirsi a studiare in un lontano seminario.
Forgiati nel ferro.
Da quel 1943, l’ombra della stirpe dei Chironi si proietta sui Guiso, e se da un lato ne giustifica l’essere in Terra, dall’altro ne preclude ogni possibilità di piena autonomia e sviluppo. Vincenzo e Cristian non hanno fatto niente per essere quello che sono, perché lo sono per nascita: tutto ciò che potrebbero mai fare Mimmìu e Domenico per raggiungerli sarebbe dunque vano. I Guiso, però, li inseguono lo stesso i Chironi, anche se sanno che questi ultimi sono stati forgiati nel ferro, con la carne e il sangue, dai loro capostipiti Michele Angelo e Mercede, e sono appunto una stirpe, non un semplice aggregato di consanguinei che si succedono nel corso dei decenni. Si tramandano l’uno dopo l’altro il medesimo marchio di sofferenza da cui hanno avuto origine, e sono pedine di un destino – fato o caso che lo si voglia più propriamente chiamare, fa poca differenza – che decide per loro da sempre e al quale non si possono sottrarre. Sono gente di cui si può costruire l’epica, i Chironi; non così i Guiso, che sono solo una famiglia, giusto degli attori di secondo piano sul palcoscenico del mondo.
Lavoro sulla parola.
Con “Luce perfetta” (Einaudi, 314 pagine, 20 euro), da oggi in libreria Marcello Fois conclude l’epica dei Chironi, iniziata a fine Ottocento con le vicende raccontate in “Stirpe” del 2009 e proseguita nel cuore pulsante e drammatico del Ventesimo secolo con “Nel tempo di mezzo”, uscito nel 2012. Ora che lo scrittore nuorese l’ha portata a compimento e consegnata ai lettori, della sua trilogia si può dare l’ottimo giudizio complessivo che le prime due parti già lasciavano presagire, ma non mancano i distinguo. In questo terzo tassello, il fine lavorio di Fois sulla parola sembra esser molto più contenuto che nei due precedenti in favore di una scrittura più piana, asservita interamente alla narrazione. Viene meno un certo rapimento che la lettura di “Stirpe” e di “Nel tempo di mezzo” sapeva suscitare, ma vengono al contempo quasi del tutto meno anche certi eccessi stilistici, qui confinati a giusto un paio di passaggi («Poi quella notte tuonò. I bagliori assomigliavano in tutto alle scariche fosforescenti di immensi pesci elettrici nel fondo oscuro dell’abisso. A chi pensasse che alto e basso siano intercambiabili in questo universo, non apparirà straordinario supporre che il kraken possa pasturare negli oceani come nel firmamento. Ora che le onde del cielo si stavano infrangendo contro i territori inviolati delle galassie, si potevano sentire i giganti nordici che battevano sui timpani, e le nacchere d’ossa di velieri risucchiati dai gorghi celesti. Poi i lamenti di marinai agonizzanti, dispersi nel nulla, annaspanti e impazziti di terrore, lasciati a macerare nel cieloceano salato e ferroso, idrogeno fosforoso. Tentati di arrendersi all’ineluttabile, ma non definitivamente sconfitti. Finché restava un filo di vita».)
Anni violenti.
Il motivo è da ricercarsi, con buona probabilità, anche, nel tempo in cui si intrecciano le strade di Cristian, Domenico e Maddalena, ovvero gli anni Settanta e Ottanta: un tempo segnato dalla violenza del terrorismo e dalla ricerca sempre più affannosa del successo in spregio del valore della vita e dei principi, e che si presta più a essere descritto che non cantato. C’è però un punto controverso che, delle tre parti, fa preferire meno questa appena pubblicata tra tutte, ed è la concessione al romanzo d’appendice. Alcuni anni fa, presentando “Stirpe” a Sassari, l’autore ne aveva parlato come di un «libro di libri», come cioè di un libro che conteneva in sé la tradizione letteraria che l’aveva preceduto: un’opera nuova certo, quella di Fois, ma le cui radici affondavano nelle pagine di Ippolito Nievo e Dante, di Salvatore Satta e dei grandi romanzieri russi.
Feulleiton.
Che questa volontà abbia sorretto l’intera trilogia è fuor di dubbio: ma lo scioglimento di “Luce perfetta”, debitore in maniera largamente dichiarata al feuilleton, pare togliere sostanza al racconto, più che infondergliela, anche in virtù della prosaicità dello sfondo storico cui ci si riferiva poco sopra. Non sembrava esserci spazio nelle sue pieghe per artifici come la sospensione di incredulità, insomma: ma questo spazio invece c’è, e mette un po’ troppo a nudo la fase progettuale a scapito dell’architettura fatta e finita.
Prima i capostipiti.
Detto questo, Fois si conferma ancora una volta un narratore di valore, attento indagatore degli angoli più riposti dell’animo umano e abile nel creare personaggi vividi. Resta l’auspicio di vedere presto o tardi la lunga saga dei Chironi raccolta in volume, per poterla ripercorrere dal punto in cui era iniziata (lo stesso punto in cui, a ben vedere, termina): «Prima vengono i capostipiti, Michele Angelo Chironi e Mercede Lai, poi vengono…». E così a seguire fino alla fine, fino a Luigi Ippolito, fino, forse, al Nulla.
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