La Nuova Sardegna

Il deposito di scorie nucleari al centro di un parco tecnologico

di Pier Giorgio Pinna
Il deposito di scorie nucleari al centro di un parco tecnologico

Ecco come cambiano le caratteristiche del sito che ha già suscitato tantissime proteste Troppe incognite dopo il rinvio della pubblicazione del ventaglio di zone potenzialmente idonee

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di Pier Giorgio Pinna

SASSARI

L’ultima sorpresa in ordine di tempo? Il deposito per le scorie nucleari sorgerà al centro di un parco tecnologico. Inserita da tempo sul sito internet della Sogin, l’altro ieri la novità è stata ufficializzata nei termini più formali dalla società statale incaricata di trovare le risposte allo stoccaggio. Non è un fatto secondario: segna un mutamento profondo nelle caratteristiche dell’insediamento. Un deposito nazionale che molti, sulla base d’indiscrezioni trapelate da Roma, temono possa essere collocato nell’isola. In questa fase, mentre slitta a luglio la data nella quale sarà resa nota la rosa delle regioni potenzialmente idonee, notizie come questa contribuiscono ad alimentare i dubbi. E a far capire quante incognite ancora si celino dietro il progetto.

Gli aspetti tecnici. Su 150 ettari, dicono adesso dalla capitale, dovranno essere stoccati in modo definitivo migliaia di metri cubi di rifiuti radioattivi a bassa e media intensità. E, in maniera temporanea, altre migliaia ad alta intensità. Materiali tutti a elevatissimo rischio. Provenienti dallo smantellamento delle vecchie centrali alimentate con i reattori, dall'attività industriale, dai reparti sanitari di medicina nucleare e dalla ricerca scientifica.

Il versante politico. Ma l'idea che il sito possa trovare ospitalità in Sardegna è stata più volte respinta nell’isola. Dove si è già votato nei referendum regionali e dove la stragrande maggioranza degli elettori si è espressa contro qualsiasi ipotesi del genere. Posizione sulla quale si sono ritrovati d’accordo i rappresentanti dei partiti e di tutte le istituzioni, dalla Regione all’Anci. Anche per questo, da mesi, nell’isola si succedono manifestazioni di protesta.

Allarmi e segnali. Un blocco preventivo teso a scongiurare un’eventualità che, in termini realistici, non troverebbe corrispondenze neppure nella griglia indicata da geologi e specialisti a livello centrale. Esaminando i parametri segnalati per l’idoneità della zona “ottimale” si scopre che in Sardegna neppure un’area ha questi requisiti. Eppure l’isola figurerebbe comunque nel ventaglio delle regioni dove sarebbe possibile l’investimento da 1,5 miliardi al centro dei piani governativi.

Rebus e quesiti. Altrettanti interrogativi accompagnano le note sul parco. Come spiega la Sogin, è «un Centro di ricerca, aperto a collaborazioni internazionali, dove svolgere attività nel campo del decommissioning, della gestione dei rifiuti radioattivi e dello sviluppo sostenibile in accordo con il territorio interessato». Mentre il deposito sarà «una struttura con barriere ingegneristiche e barriere naturali poste in serie, progettata sulla base delle migliori esperienze e secondo i più recenti standard dell’Agenzia internazionale per l’energia atomica». Tutto, sempre a detta della società, per stoccare 75mila metri cubi di rifiuti di bassa e media attività e 15mila ad alta attività.

Gap e contrasti. Peccato però che abbia trovato conferme la denuncia lanciata mesi fa dal presidente regionale di Isde. Vincenzo Migaleddu aveva messo in guardia, oltre che sul pericolo di una destinazione della Sardegna come sito per le scorie, sul divario di cifre Sogin-Ispra. E ora continua così a domandare: «Ma quando si tratta di temi tanto delicati, non si dovrebbe quantomeno partire da dati omogenei?».

I numeri. Secondo gli operatori dell'Istituto superiore per la protezione dell'ambiente, sarebbero oggi presenti in Italia circa 27mila metri cubi di rifiuti radioattivi a bassa e media attività. Mentre altri 1.700 risultano a più alta attività. A questi devono aggiungersi quelli derivanti dallo smantellamento delle centrali nucleari, sulla base dei dati raccolti dai Medici per l'ambiente attraverso l'Ispra stimabili in circa 30mila m3, prevalentemente di bassa e media attività. «Ci sono poi da considerare – avverte il presidente Migaleddu –- le scorie frutto delle operazioni di ri-processamento del combustibile irraggiato che rientreranno in Italia dalla Gran Bretagna (20 m3 di rifiuti vetrificati di terza categoria) e dalla Francia (50 m3 di terza categoria). E si dovrà infine tenere conto dei rifiuti a bassa e media attività di origine non energetica, che vengono annualmente prodotti con un quantitativo valutabile in circa 200-300 metri cubi».

In sintesi. Riassumendo, i numeri elaborati dall'Ispra prevedono che al deposito saranno destinati 57.300 m3 di residui nocivi a bassa e media intensità e altri 1.770 m3 classificati come ad alta intensità. In tutto, dunque, 59mila metri cubi di veleni. Mentre Sogin parla di un totale di 15mila e 200 m3 solo di residui ad alta intensità, quasi 10 volte di più dei 1.770 indicati dall'Istituto superiore. E questi sono solo i rifiuti con la maggiore radiotossicità.

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