La Nuova Sardegna

Dall’elzeviro al web Lella Mazzoli racconta il nuovo giornalismo

di Giacomo Mameli
Dall’elzeviro al web Lella Mazzoli racconta il nuovo giornalismo

URBINO. Ricchi e poveri. Chi spreca il cibo e chi lo cerca. I senza lavoro e gli accaparratori di incarichi. E via elencando stratificazioni sociali. Che esistono anche nel mondo dell'informazione:...

5 MINUTI DI LETTURA





URBINO. Ricchi e poveri. Chi spreca il cibo e chi lo cerca. I senza lavoro e gli accaparratori di incarichi. E via elencando stratificazioni sociali. Che esistono anche nel mondo dell'informazione: fra chi è sommerso dalle notizie e le sa decodificare e chi si perde nel mare magnum dell'overdose da comunicazione. Ci sono anche i “brontosauri” che criticano i giornali comunque.

Quali ragioni – se ci sono – ha il lettore nel ritenersi insoddisfatto? Animatrice, da tre anni, del festival del giornalismo culturale di Urbino, ne parla Lella Mazzoli, direttore di una delle Scuole più prestigiose di giornalismo e direttore del Dipartimento di Scienze della comunicazione e Discipline umanistiche dell’università Carlo Bo.

«Non credo – dice la Mazzoli – che il problema consista nel sapere se ci sono o meno brontosauri. Credo, piuttosto, che oggi ognuno abbia più possibilità di ieri di informarsi e possa trovare l'informazione culturale dove gli è più congeniale utilizzando il medium che meglio conosce meglio. Si è parlato di transmedialità, crossmedialità, ibridazione.

Si tratta di una operazione di costruzione del sapere che ognuno fa a seconda dei propri interessi e competenze. Chi non coglie queste opportunità sarà per forza insoddisfatto. Va sottolineato che questa pluralità non è sempre garanzia di obiettività e visione critica».

Le opportunità per una crescita diffusa della cultura non diventano bagaglio riservato sempre più alle élite?

«No. L'informazione che circolava e la possibilità di raggiungerla – bisogna convincersene – era molto più élitaria rispetto a questa della contemporaneità. Oggi in tanti abbiamo la possibilità di accedere all'informazione grazie ai tanti media a disposizione. In passato, proporzionalmente all'istruzione, si leggeva di più. Ma chi poteva farlo? Vale la pena di evidenziare un aspetto: la lettura in tempi passati era – in tanti lo sottolineano – più profonda, meno veloce, ma anche più di élite. Oggi si vendono meno copie di quotidiani: ma questo dato di fatto non si traduce in minore informazione. Sono tanti i media per raggiungerla. Oggi le persone sono più informate di ieri».

Il primo referente dei giornali è sempre il lettore?

«Se il giornale ha come obiettivo di vendere copie certo deve pensare al lettore. Qualunque argomento affronti, deve avere un referente e parlare al pubblico, anzi, deve tener conto dei pubblici, sempre più plurali».

Il giornale stampato che si compra in edicola ha pochi anni vita. Quanta verità c'è in questa convinzione?

«In molti hanno decretato la fine del giornale in versione cartacea. È innegabile. Ma non faccio previsioni su quando accadrà. Ritengo però che il lettore si troverà (anzi si trova) a utilizzare supporti diversi, probabilmente molto meno carta stampata e sempre di più device che permettono la lettura. Certo è che dovranno cambiare i modelli di business ai quali i giornali dovranno fare riferimento. Tutto cambia, il mondo della carta stampata non farà eccezione. Occorre prenderne atto e adeguarsi».

Le pagine culturali sono in sofferenza: lei – riferendosi a modelli Usa e anglosassoni – pensa a canali tematici web. Non si rischia di marginalizzare ancor più la cultura?

«Il panorama anglosassone e americano ci restituisce esempi di blog culturali molto interessanti, lo stesso inizia ad accadere in Italia. La tematizzazione, occuparsi di argomenti specifici è la logica del web e non porta alla marginalizzazione dei lettori. Chi è specificamente interessato alla cultura utilizza fonti e riferimenti. La ricerca di informazione culturale più o meno specializzata, non può che portare ulteriore qualità ed esperimenti interessanti. Questo però non significa che la cultura non sia o non debba essere presente anche in spazi generalisti, anzi la cultura dovrebbe essere là dove le persone vanno a cercare l'informazione, nei tg, gr, speciali, eccetera. Lì dovrebbe essere».

Il linguaggio di chi parla di cultura è spesso superspecialistico. Non vuol dire rincorrere l'autoemarginazione?

«Non è solo il linguaggio a essere superspecialistico, quanto i toni e le forme utilizzati. Da questo punto di vista si dovrebbe procedere verso un maggiore avvicinamento ai gusti e alle forme più conosciute e apprezzate dai lettori, dai radioascoltatori e dai telespettatori, utilizzando un tono più familiare e più di appeal. Non dobbiamo usare lingue morte ma linguaggi vivi, che non possono prescindere dalla qualità, dal gusto e dallo stile. Il linguaggio web? È più amichevole degli elzeviri».

L'urlo può più del ragionamento?

«La lingua e i linguaggi sono entità vive. Non è pensabile un modello di comunicazione che non ne tenga conto. Mezzi nuovi, contesti e frame differenti rispetto al passato obbligano chi fa informazione a tener conto dell'innovazione degli strumenti, anche dei linguaggi. L'informazione culturale non può né deve fare eccezione. I linguaggi sono dell'oggi. Questo non vuol dire che la cultura debba essere urlata».

Come giudica gli studenti-giornalisti che escono dalla sua Scuola?

«La Scuola di Urbino si connota dalla sua nascita – 1990 – per l'attenzione all'innovazione. Prima di questa struttura (Istituto per la Formazione al Giornalismo) c'era la Scuola superiore voluta da Carlo Bo. L'attuale Scuola, riconosciuta dall'Ordine, sostituisce il praticantato per i futuri giornalisti. Abbiamo sempre innovato e insegnato a fare informazione con tutti i media. Abbiamo usato strumenti innovativi, con l'arrivo del web abbiamo avuto docenti molto preparati nell'utilizzarlo e nell'insegnare il suo uso. Oggi il nostro Ducato on line (giornale on line della Scuola) è una delle fonti di informazione più importanti del territorio.

Una Scuola non può non insegnare le innovazioni e il loro uso. Diversamente formerebbe giornalisti fuori tempo. Il carpe diem giornalistico non può prescindere dal web, dal saper usare Twitter, Facebook, Instagram o Periscope in modo professionale. Certo: alla base c'è la conoscenza, il sapere. Anche a questo pensa la Scuola».

Non lasciare decidere l'algoritmo:

scegli La Nuova Sardegna per le tue notizie su Google

Primo Piano
Maltempo

Meteo Giuliacci, ciclone in arrivo: piogge intense e temperature in picchiata

Le nostre iniziative