Un già visto che però affascina
“Jurassic Word”, quarta puntata della saga di Chrichton e Spielberg
Sono passati quattordici anni dall’ultimo episodio della saga jurassica, il numero 3, variazione stanca del primo e del secondo episodio (“Jurassic Park” e “Il mondo perduto”, girati nel 1993 e 1997), diretti entrambi da Steven Spielberg, ideati e scritti dal compianto Michael Crichton, che si basavano sull’invenzione fantascientifica di un parco popolato da dinosauri veri clonati da frammenti di DNA, che inaspettatamente ma non troppo, mettevano a soqquadro l’isola e uccidevano i pochi ospiti arrivati a “saggiare” l’efficienza della struttura.
Inutile sottolineare che il successo dei tre film si basava anche sul fascino di una preistoria senza umani che trovava spazio anche nella divulgazione scientifica. Sorprende dunque non solo l’uscita di “Jurassic Word”, teoricamente ancora scritto da Crichton, prodotto da Spielberg, e diretto dal quasi sconosciuto Colin Trevorrow, ma soprattutto il suo straordinario successo. Perché infatti, il film è una sorta di paradossale “remake” del primo titolo, al cui cast “animale” è stato aggiunto un nuovo dinosauro, L’Indominus Rex, creato in laboratorio, liberato nel parco e subito diventato l’animale dominante, al punto che la sua forza e la sua intelligenza cancellano le prospettive di vita del nuovo parco. La trovata è banale, debitrice apertamente a Godzilla, ma la lunga serie di disavventure che ne scaturiscono funziona a meraviglia. Non si fa in tempo a sedersi e si viene assorbiti da un’irresistibile spettacolo di “attrazioni” che ci fa dimenticare anche gli interpreti (a parte il truce militare Vincent D’Onofrio), e che soprattutto cancella il modello filmico dominante del vecchio cinema hollywoodiano: la narrazione perfetta, la suspense, la coerenza drammaturgica, anche in presenza di vicende fantastiche.
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