La diva tormentata dell’eros all’italiana
L’attrice, sogno proibito di una generazione, aveva 73 anni
Si è spenta a 73 anni, stroncata da un infarto nella sua casa di Ladispoli, Laura Antonelli. Una diva tormentata, bella e disinvolta, la cui carriera cinematografica avrebbe potuto ricalcare quella delle ormai celebri icone della sensualità adolescenziale, Catherine Spaak e Stefania Sandrelli. E non a caso, il primo titolo che s’incontra nella sua lunga ma non eccelsa filmografia – almeno in termini di qualità – è “Il magnifico cornuto” (1964) di Antonio Pietrangeli, il regista delle ragazze in cerca di libertà, anche dal punto di vista della morale e delle ipocrisie borghesi e maschiliste, apparentemente sessuofobiche. Ancora più esplicito è il secondo film, “Le sedicenni”, in cui la ventitreenne Laura Antonaz, istriana, dopo aver assunto il nome d’arte di Antonelli, si spaccia appunto per un’adolescente. Giusto per sintetizzare, il film che le darà la celebrità, “Malizia” di Salvatore Samperi (1973), cult-movie di una generazione necessariamente erotomane per troppe frustrazioni, era già il suo diciassettesimo titolo.
Tra i film precedenti, in mezzo alle apparizioni corporee, spiccano due buoni titoli francesi, “Gli sposi dell’anno secondo” (1971) e “Trappola per un lupo” (1972), di Rappeneau e Chabrol; una “Gradiva” di Albertazzi (1970), ispirato al romanzo di Jensen che fu studiato da Freud; l’interessante e reichiano “La rivoluzione sessuale” di Ghione (1968) e soprattutto “Venere in pelliccia”, tratto da Von Masoch, girato da Massimo Dallamano nel 1969, in cui l’Antonelli si mostrava completamente nuda. La pellicola ottenne il visto di censura solo nel 1975. Apparve nelle sale, con il pubblico ormai svezzato nei confronti dell’eros e persino del porno, con il titolo “Le malizie di Venere”, che richiamava il film di Samperi. Con questa biofilmografia, Laura Antonelli divenne il simbolo dell’attrazione sessuale anche in film d’autore. Venne spogliata brutalmente ma piacevolmente dal suo autista, Michele Placido, in un film di Comencini (“Mio dio come sono caduta in basso”) del 1974; replicò il nudo integrale nel quasi dannunziano “Divina creatura” di Patroni Griffi (1975), finì per interpretare – di nuovo con nudi integrali – un vero personaggio dannunziano nell’ultimo film di Visconti, “L’innocente” (1976). Ormai il suo erotismo era quasi un marchio di fabbrica, ma progressivamente venne a mancare non solo il filone erotico ma anche un cinema d’autore che potesse sfruttare la sua bellezza quasi provocatoria. Gli rimase in dote una costante ironia che la portò dalle parti dei Vanzina (“Viuuulentemente mia”, con il giovane Abatantuono), di un Risi minore (“Sesso e volentieri”), Castellano e Pipolo (“Grandi Magazzini”), Corbucci (“Roba da ricchi”, “Rimini Rimini”). Anche le due serie tv degli anni Novanta, benché dirette da Bolognini (“Gli indifferenti”, da Moravia) e Enrico Maria Salerno (“Disperatamente Giulia”) riuscirono solo ad attenuare la sua solitudine di ex diva e anche la sua stabilità economica. Il suo ultimo titolo, prima del lungo oblio, fu “Malizia 2000” di Salvatore Samperi (1991): un titolo involontariamente triste.
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