Tv al plasma e Montblanc: l’accusa fa i conti a Diana
Oltre mezzo milione per acquisti di cui non è chiara l’utilità per l’attività politica Pittalis al pm: «Trovai la cassa vuota». In bilico la posizione di una testimone
CAGLIARI. Quando Pietro Pittalis è diventato presidente del gruppo regionale Pdl, legislatura Cappellacci, ha trovato la cassa vuota: «Non c’era un soldo - ha riferito al tribunale - e non ho potuto consultare i documenti delle spese perché li aveva trattenuti per sé il mio predecessore, l’onorevole Mario Diana». Casse vuote e spese pazze, che hanno condotto Diana al giudizio immediato con l’accusa di peculato aggravato e una contestazione complessiva che ammonta a oltre mezzo milione di euro tra uscite personali e spese degli altri trenta consiglieri del gruppo.
Bancomat. Non c’è da stupirsi perché a leggere le carte della Procura il gruppo Pdl era una specie di bancomat. Coi soldi pubblici si comprava di tutto: televisori al plasma, videocamere 3D, telefonini, smartphone, fino alle ormai celebri stilografiche Montblanc da collezione e ai libri storici pregiati, ornati di bassorilievi e destinati agli eredi del capogruppo. Davanti al presidente del tribunale Claudio Gatti, il pm Marco Cocco ha letto uno dei tanti elenchi elaborati dalla polizia giudiziaria spulciando fatture e ricevute: 27 personal computer, 50 notebook, 89 software, 32 monitor, 53 stampanti, 106 tablet telefonici, 27 televisori accessoriati che nessuno sa quale fine abbiano fatto. Pittalis, chiamato dall’accusa a testimoniare, ha cercato di restare impassibile: «Sono sorpreso, non sapevo nulla...». Non sapeva neppure dei convegni sul polo della pasta fresca, sulle ortensie, sull’obesità e sul gioco del calcio che alcuni onorevoli del centrodestra - fra cui Sisinno Piras, che ha patteggiato un anno e otto mesi - avevano organizzato e pagato coi fondi del gruppo.
I rendiconti. Pittalis ha confermato il contenuto di altre audizioni, pubbliche e in fase istruttoria: «Io non ho mai preso un euro e quando ho assunto la presidenza del gruppo ho disposto che ogni proposta di spesa dovesse essere presentata scritta e successivamente rendicontata. Ho anche ordinato alla banca di annullare tutti i contratti di fornitura e la copertura delle schede telefoniche». Lui sì, ma prima?
Le Montblanc. Il pm gli ha chiesto delle Montblanc: «A Natale, quand’ero consigliere, un funzionario mi disse che c’era un regalo da parte del capogruppo Diana, gli feci dire di tenerselo. Seppi a posteriori che si trattava di una penna Montblanc, ma io non l’ho mai vista». Le Montblanc erano 31, una per ogni consigliere del gruppo. Alcune sono state sequestrate da carabinieri e finanza a casa di Diana.
Il banchetto. Capitolo a parte sul banchetto nuziale di Carlo Sanjust, ex consigliere del Pdl giudicato col rito abbreviato. Diana è accusato di aver avallato la spesa di 25 mila euro dai fondi del gruppo, bisognava pagare l’organizzazione del Flamingo Hotel. Ma su questa vicenda, che sembra inchiodare Sanjust, restano dubbi riferiti alla posizione di Diana. Chiamata a testimoniare dal pm, l’amministratrice del Flamingo Paola Giuntelli ha dovuto ammettere di aver aiutato Sanjust a truccare le carte.
Assegni ballerini. È andata così: prima il consigliere del Pdl ha pagato il banchetto, tenuto il 9 maggio 2009 alla passeggiata coperta del Bastione di Cagliari, con assegni personali. Poi ci ha ripensato e ha richiesto indietro i soldi. Subito dopo una pretesa diversa e inedita, bisognava pagare con una serie di assegni del gruppo Pdl, modificando la causale e le fatture: non più banchetto di nozze ma attività politica. La Giuntelli sapeva di commettere un falso: «Sanjust me l’ha chiesto come una cortesia, mi ha detto che si trattava di soldi nella sua disponibilità». È stato a questo punto che il presidente Gatti, esaminate le copie dei titoli di credito e delle fatture, ha proposto di fermare il processo: «Pubblico ministero - ha detto il giudice - qui siamo di fronte a false fatturazioni, forse è il caso di sospendere». Alle tesi contrarie del pm, Gatti ha ribattuto: «Non siamo convinti al cento per cento, ma per adesso andiamo avanti». Solo che a causa della sostanziale confessione e delle dichiarazioni autoindizianti, ora l’imprenditrice rischia di passare dallo stato di testimone a quello di indagata. Anche perché i difensori di Diana, Mariano e Massimo Delogu, hanno insistito sul punto: «È chiaro che portando al gruppo fatture con quelle causali Sanjust ha ingannato Diana, che non sapeva nulla del banchetto». La tesi della difesa è chiara: ha fatto tutto Sanjust, che per aggirare il controllo sulle spese del capogruppo ha nascosto la vera ragione di quell’uscita. Un trucco confermato dal direttore del Flamingo Marco Concas che a Sanjust è costato il carcere, ma che ha pesato e pesa anche sulla posizione di Diana. Conterà molto il giudizio del gup che sta per decidere su Sanjust, ieri mattina rappresentato in aula dall’avvocato Carlo Amat.
Nuovi testimoni. Il seguito del processo dirà quali saranno le decisioni del tribunale. Si va avanti il 23 ottobre con l’esame come testimoni dei consiglieri regionali Cocco e Pusceddu.
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