La Nuova Sardegna

La sorella: «A Pedru gridavano stai zitto o ti ammazziamo»

dall’inviato

Maria Elena era immobilizzata insieme al fratello Giovanni «Lo chiamavamo e non rispondeva, forse è stato picchiato»

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BENETUTTI. In comune hanno tutti il nome Maria e degli occhi verdi e intensi. In quelli di Elena ancora non ci sono lacrime. Arriveranno. Perché lei e Pedru Maria erano una sola cosa, e il dolore non dà il preavviso quando decide di tracimare. «Aveva occhi solo per lui», dicono i vicini, «viveva solo per lui».

Ai carabinieri ha raccontato ogni dettaglio, sforzandosi di ricordare tutto. Non è scioccata, la sua è una stanchezza triste, ma c’è molta lucidità.

«Erano magri – dice – bassi. E parlavano il sardo. Avevano un cappuccio ma si vedevano gli occhi e la bocca. Poi avevano i guanti, ma non mi ricordo il colore. Non mi hanno picchiata. Mi hanno solo legato le mani con quegli affari in plastica degli elettricisti. Volevano i soldi, gridavano di dargli i soldi. Lo dicevano in sardo e poi in italiano. Hanno anche picchiato mio fratello Giovanni Maria per farseli dare. Allora io gli ho detto: slegami i polsi, fammi alzare, e te li do io i soldi. Basta che ve ne andiate e non fate del male a nessuno».

Il racconto di Maria Elena va avanti: «Erano in tre e ci hanno immobilizzato. Io e Giovanni Maria nel cucinotto, mentre Pedru Maria era nell’altra stanza. Non lo vedevamo, abbiamo sentito solo che a un certo punto ha cominciato a urlare, e loro gli dicevano di stare zitto, stai zitto o ti ammazziamo. Avevano anche una pistola. Poi gli devono aver tappato la bocca, non so se l’hanno anche picchiato, io e mio fratello non potevamo vederlo. Eravamo zitti e sentivamo solo il rumore dei cassetti aperti e della roba gettata per terra. Ci avevano fatto rannicchiare per terra, e con le mani legate non era facile alzarsi».

«Non so poi alla fine cosa abbiano rubato. Io ho visto che mancava un collier d’oro, era intrecciato e l’avevo pagato 600 euro. Ma non so se abbiano trovato anche dei soldi. Quando sono arrivati i carabinieri ci hanno subito fatto andare via di casa, ci hanno portato in caserma per interrogarci. Non ho fatto in tempo nemmeno a prendere dei vestiti, a controllare cosa mancava».

I militari hanno disteso i nastri rossi e bianchi, gli esperti della Scientifica lavorano sulle impronte. Dentro la casa c’è da dare un senso allo sconquasso della rapina, e c’è ancora da portar via il corpo del pensionato. Arriva il carro funebre, lo porta dal medico legale per l’autopsia. Bisogna stabilire la causa del decesso: considerate le difficoltà respiratorie potrebbe anche trattarsi di soffocamento da bavaglio. «Quando i ladri sono andati via, mio fratello Giovanni Maria è riuscito a sollevarsi. Ha aperto un cassetto della cucina e ha tirato fuori un coltello. Poi si è chinato su di me, e tenendo il coltello con le due mani ha cominciato a segare le fascette di plastica. Mi ha liberato le mani, e poi io ho fatto lo stesso con lui. Abbiamo chiamato anche Pedru Maria, ma dall’altra stanza non ha risposto. Allora lo abbiamo raggiunto, lo abbiamo chiamato ancora, poi toccato, e poi scosso con forza. Solo allora ci siamo resi conto che era morto. Siamo andati fuori e abbiamo chiesto aiuto». (lu.so.)

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