La Nuova Sardegna

Alle urne per dire no alle servitù militari

Il comitato: in autunno la raccolta delle firme. Il problema giuridico del quesito sulla scheda

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CAGLIARI. Il popolo del no a Capo Frasca e a qualunque altra servitù militare questa volta al referendum vuole arrivarci con tutte le forze. «Perché i sardi – è scritto in un volantino – hanno il sacrosanto diritto di dire finalmente e dopo addirittura sessant’anni se vogliono che la loro terra continui a essere occupata». In autunno comincerà la raccolta delle diecimila firme per chiedere la consultazione popolare. Ma il vero problema non sono e non saranno i banchetti, ma quello che ci sarà scritto sulla scheda elettorale. È sul quesito che sarà giocata gran parte della sfida e soprattutto da quello dipenderà il parere decisivo della Corte costituzionale e dell’Ufficio regionale. Che nel 1989e nel 2004, bocciarono la richiesta, tecnicamente si chiama ammissibilità o meno, perché «non poteva essere una Regione, in questo caso la Sardegna, a mettere in discussione gli accordi internazionali sulla presenza di eserciti stranieri nell’isola». Questa volta sul quesito i promotori del referendum consultivo staranno molto attenti. «Certo non possiamo subire ancora l’arroganza dello Stato», ha detto l’indipendista Pierfranco Devias, che fa parte del comitato. Con il referendum contro le scorie nucleari del 2011 e poi con la forte partecipazione alla manifestazione di settembre a Capo Frasca, «lì eravamo in diecimila», è chiaro che la «sensibilità dei sardi su questi argomenti spinosi è cambiata e nessuno vuole essere più sottomesso», ha sottolineato Bustianu Compustu di Sardigna Natzione. Il referendum vuole essere anche una spallata per i partiti tradizionali: «Da una parte all’altra – ha detto Giacomo Meloni della Confederazione sindacale sarda – sono troppo tiepidi con il ministero della Difesa. Non possiamo accontentarci delle briciole e neanche di qualche indennizzo: dobbiamo poter dire se vogliamo ancora le servitù militari». Certo, il risultato del referendum non sarà risolutivo, ma è chiaro che «per l’Esercito e l’Aeronatica sarà difficile rimanere in una terra dove la gente non li vuole più», ha aggiunto Gianfranco Sollai, nell’annunciare che «in questi mesi saremo impegnati al massimo per allargare il fronte del comitato. Siamo pronti a qualunque contributo, purché spinto dalla voglia sacrosanta di dare davvero voce alla volontà dei sardi». Non saranno accettate strumentalizzazioni, ancora meno quelle di chi «continua a ricattarci – ha detto Cumpostu – con la storiella che le servitù e il deposito delle scorie nucleari valgono o varranno posti di lavoro». È una trappola in cui – dicono – «non dobbiamo più cadere. Oggi vogliamo essere liberi di dire la nostra sulla nostra terra».

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