“Qui”, intreccio di storie “resistenti”
Cagliari, al Film festival un film di Daniele Gaglianone sui No Tav della Val di Susa
CAGLIARI. Dieci storie, dieci personaggi che combattono contro la No Tav della Val di Susa e raccontano cosa succede, da venticinque anni, in quella zona. Il film – un documentario di due ore, non sempre agevole – ha come titolo “Qui” ed è stato diretto da Daniele Gaglianone, torinese d’adozione e autore di diversi lungometraggi a soggetto. A novembre è stato presentato al Torino Film Festival e quindi proiettato nella rassegna curata da Alessandra Piras (Cagliari film festival) in corso al Chiostro di San Domenico.
Il regista, ospite della manifestazione, ha ribadito ciò che aveva già affermato in altre interviste: il “film è di parte”, cioè ospita solo interventi di cittadini e manifestanti della No Tav, ma non fazioso. Con queste premesse è facile e anche istruttivo seguirlo attraverso i protagonisti/testimoni: dalla prima signora che conduce il regista nei luoghi in cui sorgono i cantieri e organizza preghiere contro la Tav, all’ex carabiniere, anche lui No Tav, colpito al volto e gravemente ferito da un razzo lacrimogeno; dal sindaco di Venaus, No Tav per difendere la sua gente, al militante anarchico che gestisce una radio e sprizza fuoco e fiamme contro il sistema.
Tutti, o quasi, hanno in comune non già o non solo la militanza politica o ecologica, ma l’idea che la loro lotta, “qui” nella Val di Susa, sia comunque giusta e democratica. E tutti sono in buona fede, anche quando inneggiano alla violenza “difensiva”. “Qui” è antropologicamente convincente, cioè riflette una sorta di teatralizzazione naturale dei racconti, tutti interessanti e per i fatti e per i personaggi e soprattutto seguiti senza interferenze da una telecamera oggettivante. Ma appunto, il cinema, anche quello antropologico e sociologico, non sempre comunica ciò che l’autore ha previsto.
E dunque il senso di metafora generale della rivolta popolare – che in Italia è spesso, nel bene e nel male, una minoranza rumorosa – sembra rievocare non già la contestazione del Sessantotto, spesso invocata come una nuova discesa di un Messia che finalmente faccia la rivoluzione, ma piuttosto il Settantasette, cioè il bisogno dell’happening rivoluzionario, dell’esserci, di utilizzare la lotta di un territorio – giusta o sbagliata che sia: chi scrive non è in grado di esprimere un giudizio netto – come prova generale di una rivoluzione.
E ciò sia detto senza offesa alcuna per i “resistenti” della Val di Susa. Come diceva un personaggio di un celebre film di Jean Renori, “Il guaio di questo mondo e che tutti hanno le loro buone ragioni”.
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