Bolle, armonica bellezza
Standing ovation: il celebre ballerino conquista il Lirico
CAGLIARI. Acclamazioni, applausi a non finire. Prima, dopo, durante le performance. E manco a dirlo una standing ovation a sugellare il tutto. Non si può certo dire che il gran gala “Roberto Bolle & Friends” non abbia trovato calorosa accoglienza al Lirico. Un sold out per lo spettacolo fuori abbonamento di sabato (replicato domenica), all’interno della Stagione operistica e di balletto 2015. A riconferma di quanto l’étoile scaligera sia divenuta, ormai da tempo, un’icona “pop” – nel senso di “popolare” – capace com’è di calamitare il grande pubblico.
«Viaggio nella Bellezza» è il titolo di questo tour partito proprio dal capoluogo sardo. Con un programma abbastanza diversificato. Miscellanea di stili e generi coreografici. Un itinerario che si snoda fra i paesaggi della danza. A cominciare dall’immancabile repertorio classico-romantico, dove è proprio Bolle ad aprire con il “pas de deux” tratto da «Excelsior» in coppia con Nicoletta Manni. Consueto sfoggio di tecnica ed eleganza, grazia e levità. A cui fanno eco le esibizioni di Hikaru Kobayashi e Federico Bonelli impegnati ancora in altri “pas de deux”, quello della «Bella addormentata» di Ciajkovskij e in «Rhapsody» di Rachmaninov.
E poi nuovamente la Manni, stavolta con Claudio Coviello, nel passo a due dal 3° atto del «Lago dei cigni». Ma pur trattandosi di artisti tutti d’altissimo livello, si nota poi, effettivamente, lo scarto sul piano tecnico-esecutivo osservando la facilità e la naturalezza di Bolle anche, e soprattutto, nella superba scena del balcone dal «Romeo e Giulietta» di Prokofiev, sull’ispirata coreografia di McMillan. Sua partner qui, per la prima volta, l’incantevole e flessuosissima Melissa Hamilton, “Prima solista” del Royal Ballet di Londra. Tuttavia, la danzatrice irlandese forma coppia eccezionale specialmente con l’americano Eric Underwood nell’ambito contemporaneo: dal poetico «Tryst» di Wheeldon dove paiono rapportarsi l’uno con l’altra come uno stelo che giochi con la propria corolla, fino all’ipnotico e accattivante «Qualia» di McGregor, basato su intrecci, incastri e disparate corrispondenze anatomiche o gestuali.
Anche Bolle si cimenta nel moderno. E lo fa con originali, evocativi risultati. Usufruendo peraltro di elaborati effetti audiovisivi. In «Passage» – musica e immagini di Fabrizio Ferri, coreografia di Marco Pelle – prevale forte pathos e discreta tendenza all’eclettismo. Quest’ultimo portato poi alle estreme conseguenze in «Prototype», di Massimiliano Volpini, quasi una sorta di “Gesamtkunstwerk” tersicorea, ovvero “un’opera d’arte totale” costruita sulla danza e ambizioso compendio della medesima, in cui si passa dall’avveniristico all’onirico, dall’interazione con disegni di luce proteiformi, alla moltiplicazione dell’immagine di Bolle sullo schermo, a creare così l’effetto d’un esercito di danzatori in marcia. Non meno coinvolgente, oltretutto, il duetto maschile «Opus 100. Fur Maurice», omaggio di John Neumeier alla profonda amicizia con Béjart, che Bolle interpreta con Alexandre Riabko, validissimo collega dell’Hamburg Ballet.
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