Inchiesta Abbanoa, indagati Marconi e Murtas per abuso d’ufficio
Una lunga serie di circostanze all’origine dell’accusa contestata dal pm Pilia al direttore generale e all’ex amministratore unico del gestore dell’acqua in Sardegna
CAGLIARI. Due anni di indagini, consulenze, migliaia di documenti esaminati. Ora l’inchiesta giudiziaria su Abbanoa è chiusa, gli indagati sono due: il direttore generale Sandro Murtas e l’ex amministratore unico Carlo Marconi, che si è dimesso il 23 marzo dell’anno scorso.
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Nell’avviso 415 bis che la polizia giudiziaria è impegnata a notificare in queste ore il pm Giangiacomo Pilia contesta ad entrambi il concorso in abuso d’ufficio, riferito a una lunga serie di circostanze.
Ma per Abbanoa la tempesta giudiziaria non finisce qui: da via Angius rimbalza la notizia di un procedimento aperto dalla Procura della Corte dei Conti, nato da una relazione consegnata circa venti giorni fa dalla Guardia di Finanza su disposizione del pm Pilia. Se la magistratura ordinaria ha puntato l’attenzione soprattutto sugli incarichi e su alcuni aspetti della gestione messi in evidenza dall’advisor Deloitte e dall’ufficio del revisore legale, la magistratura contabile ipotizza il danno erariale per l’uso improprio dei finanziamenti regionali, destinati in base ad accordi di programma alla realizzazione di infrastrutture e che i vertici della società concessionaria dei servizi idrici hanno dirottato su spese correnti.
L’atto finale. L’atto finale dell’inchiesta condotta dal pm Pilia era nell’aria da diverse settimane. Arrivata all’ufficio del magistrato l’ultima relazione firmata dal consulente Giuseppe Aste, che si è aggiunta alle oltre 15 mila pagine di atti messe insieme in una ventina di faldoni, il magistrato ha messo nero su bianco un capo d’imputazione articolato e complesso, quindi ha girato il fascicolo al procuratore capo Mauro Mura perché lo esaminasse.
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Il via libera è arrivato nei giorni scorsi e una volta notificato l’avviso di chiusa indagine gli indagati avranno 20 giorni di tempo - dopo la pausa giudiziaria estiva - per farsi interrogare e produrre memorie difensive. Facile da prevedere una battaglia sul filo del diritto, in linea con un’indagine partita dall’ipotesi di peculato e poi virata su quella di abuso d’ufficio, la sola che risulta al momento in fase di conclusione.
Documenti coperti. Il riserbo della Procura è assoluto, impossibile stabilire a quali circostanze sia riferita l’imputazione rimasta in piedi. Saranno i difensori, alla discovery degli atti d’indagine, a conoscere nei dettagli le conclusioni del pubblico ministero.
Per adesso si sa solo che l’indagine abbraccia il periodo che va dal 2006 al 2013, sette anni in cui Abbanoa ha maturato debiti fino a 840 milioni di euro solo in parte compensati dai crediti e ha speso in maniera impropria parte dei finanziamenti arrivati in cassa a partire dal 2008.
Il fallimento. Lo stato finanziario, considerato prossimo al dissesto, aveva indotto la Procura di Nuoro ad avviare la procedura fallimentare, andata avanti a Cagliari e infine sospesa dal tribunale grazie a una serie di interventi, soprattutto iniezioni di denaro, da parte della Regione.
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Se il bilancio dell’esercizio 2014 si è chiuso con un attivo dichiarato pari a 11 milioni, la Procura ha passato al microscopio quanto è avvenuto prima - durante le legislature Soru e Cappellacci - quando il revisore legale e successivamente l’advisor Deloitte hanno sottolineato con la matita blu una gestione finanziaria più volte definita caotica, a causa anche di un’organizzazione interna degli uffici ai confini dell’incomunicabilità.
I testimoni. La Procura non ha tralasciato un solo aspetto della vicenda: sono stati sentiti decine di testimoni, a cominciare da chi aveva il compito istituzionale di controllare conti e scelte amministrative. Di molti documenti amministrativi, come hanno segnalato gli esperti di Deloitte, non si è trovata traccia negli uffici di viale Diaz.
Gli incarichi. Un capitolo a parte, che rientra nel capo d’imputazione, riguarda gli incarichi ai legali. Capitolo forse centrale perché si parla di incarichi per milioni di euro, conferiti a studi di fiducia senza alcuna selezione pubblica. Alla fine del 2013 erano 58 gli avvocati impegnati in attività di patrocinio a favore di Abbanoa, procedimenti penali a carico di dirigenti e soprattutto cause civili intentate da utenti vessati, colpiti da slacci improvvisi del servizio, costretti a pagare per forniture incerte, vecchie di anni, consumi prescritti.
Poi il gigantesco, sconfinato, quasi insondabile recupero dei crediti accumulati in anni in cui Abbanoa non esisteva o se esisteva non era in grado neppure di stabilire chi fossero i clienti reali, quanto avessero consumato, a quali tariffe. Milioni di euro, in buona parte impossibili da esigere o recuperabili solo a prezzo di cause interminabili e costose.
Appena aperto il fascicolo contro ignoti, il pm Giangiacomo Pilia ha puntato dritto su questo impressionante moloch di incarichi professionali, un eldorado per studi legali beneficati dalle scelte della direzione generale. L’ipotesi iniziale, rimasta in ballo ora che l’inchiesta è giunta al capolinea, è che quegli incarichi dovessero seguire almeno per gli importi potenzialmente più elevati le norme dell'evidenza pubblica: una gara aperta a tutti gli studi legali d'Italia secondo una procedura rigorosa e inattaccabile.
Tant’è che dopo anni di gestione personale degli incarichi, un anno fa Abbanoa ha deciso almeno in apparenza di rispettare le regole della selezione pubblica e ha portato a termine una manifestazione d'interesse rivolta a un lotto di recupero crediti - il valore è di 50 milioni - da affrontare con azioni legali. Risultato: fuori tutti gli avvocati sardi meno uno, baciato da una ricca esclusiva ottenuta attraverso una procedura di selezione che per anni e anni era stata ignorata.
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