La Nuova Sardegna

«Basta postmoderni Torniamo a Faulkner»

di Giuseppe Mussi
«Basta postmoderni Torniamo a Faulkner»

Intervista a Lagioia, ieri ad Alghero per “Sulla terra leggeri”

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ALGHERO. Nicola Lagioia, vincitore del Premio Strega 2015 con “La ferocia” (Einaudi), ha incontrato i lettori nella libreria Cyrano di Alghero all'interno del programma del festival letterario “Sulla terra leggeri”. Abbiamo colto l'occasione per rivolgergli qualche domanda.

Si continua a parlare di crisi del romanzo, eppure si pubblica sempre di più? Cosa ne pensi? Dove ti collochi con “La ferocia”?

«Il romanzo è un genere in costante mutazione. L'idea della “crisi del romanzo” ormai è diventata ridicola, se n’è parlato per tutto il Novecento: il romanzo è semplicemente cambiato. È vivo perché è un genere onnivoro, un corpo che può accogliere in sé tante cose: la fabula, la filosofia, persino la medicina, le neuroscienze o la fisica. L'auto-fiction sembra una cosa nuova, ma quando uscì “Seminario della gioventù” di Aldo Busi non era già forse auto-fiction? O quella di Walter Siti quanto è diversa da quella di Carrère? Abbiamo voluto chiamare così i romanzi dei narratori che dicevano “io”. Con il mio romanzo sto proprio da un'altra parte, ma fino a un certo punto. Perché sebbene “La ferocia” sembri non avere nulla a che fare con l'auto-fiction, ha più di qualcosa in comune con libri come “Troppi paradisi” di Walter Siti, dove la realtà è completamente scaraventata dall’interno verso l'esterno. Posso dire che il mio libro è più vicino ai canoni della letteratura massimalista rispetto a quella minimalista. E devo più al modernismo che non al post-moderno, a maestri come Musil, Faulkner, Malcolm Lowry, Joyce. Sento quell'eredità più vicina, come una voce che mi viene dal futuro, rispetto per esempio alle avanguardie».

Sostieni che ci sia la necessità, per i lettori e gli scrittori di oggi, di emanciparsi dall’egemonia quasi totemica di figure come Moravia e soprattutto Pasolini. Bisogna smettere di guardare con nostalgia a quella società letteraria?

«La cosa più brutta di un certo pasolinismo è utilizzare l'impegno per il suo contrario, cioè utilizzare l'elemento apocalittico di Pasolini per dire che ormai siamo spacciati, che è tutto finito, che non possiamo fare più niente perché la fine del mondo c'è già stata e noi siamo una specie di morti ambulanti che, anche con le migliori intenzioni, non potremo fare niente di significativo. Il pasolinismo diventa spesso un espediente retorico per non mettersi in gioco. Pasolini è interessantissimo nelle sue contraddizioni, che invece vengono sempre rimosse da chi ne ha creato un'agiografia. Per molti le sue opere non sono più un'eresia, ma addirittura un'ortodossia. E questa è un’offesa per lo stesso Pasolini. Abbiamo vissuto tre, quattro decenni fin troppo protetti rispetto alla normalità. Gli intellettuali sono sempre stati cortigiani o esiliati, vissuti e morti poveri o persino uccisi, mentre dalla fine degli anni Cinquanta alla fine degli anni Novanta hanno goduto di una protezione che è stata veramente un'eccezione rispetto alla loro storia. Pasolini, Calvino e Moravia erano scrittori di establishment: Calvino lavorava nella più importante casa editrice italiana, Pasolini amava il conflitto quotidiano, ma scriveva sul Corriere della Sera. Nel nostro presente ad Aldo Busi non farebbero mai scrivere sulla prima pagina del Corriere della Sera! C'era un contesto più favorevole, oggi una cosa del genere sarebbe impossibile. Calvino è lo scrittore di quella generazione più amato all'estero. Però dal punto di vista della ricerca letteraria – è la grande cesura della letteratura italiana, e lo dico da scrittore – nella scelta tra quelle due grandi scuole della lingua che fanno capo a Petrarca da una parte e a Boccaccio dall'altra, io sto con Boccaccio. Calvino invece, come Moravia, sta laddove nella scrittura si gioca più a sottrarre. Credo inoltre che sia importante recuperare altre costellazioni di nomi. Ci sono dei filoni che non capisco perché non vengano presi in maggiore considerazione: penso a Malaparte – “La pelle” secondo me vale tutta la narrativa di Pasolini – fino ad Atzeni, a Berto, Arbasino, Busi, Fenoglio: sono scrittori meno celebrati ma più fecondi, e non perché più grandi, ma semplicemente perché non sono ancora stati metabolizzati. Persino un romanzo difficilissimo come “Petrolio” di Pasolini ha avuto una sua metabolizzazione».

A proposito di “Petrolio”: ci sono alcuni elementi in “La ferocia” che lo ricordano. Non dal punto di vista della prosa, che è lontanissima da quella di Pasolini, quanto per l’uso vigoroso della trasformazione narrativa nella resa della realtà socio-antropologica italiana. Sei d’accordo?

«E' vero, sul rapporto con la mutazione della realtà sociale e antropologica ci sono dei tratti in comune. Una delle cose più interessanti di Pasolini è che l'elemento politico, l'elemento sociale è talmente esasperato che si trasfigura in qualcosa di mostruoso e metafisico. In “La ferocia” hai adottato una scrittura molto ruvida, non tanto dal punto di vista strettamente linguistico quanto nella sintassi e in una metaforizzazione quasi esasperata. Com’è nata questa scelta? Per me scrivere un romanzo è sempre un processo conoscitivo e mi interessava sperimentare. È vero, c'è ruvidità, è una scrittura sghemba, sincopata, che alterna periodi lunghi e brevi. Il debito nei confronti del modernismo è anche qui, penso a Joyce, all’“Ulisse”, un libro ricchissimo di asperità. Ecco, un romanzo oscuro e disturbante ha bisogno di una lingua che lo sostenga».

Quali le influenze più dirette che hai sentito durante la scrittura del tuo romanzo?

Tra le stelle polari c’è sicuramente “I fratelli Karamazov” di Dostoevskij: per la presenza di un padre saturnino come Fëdor Karamazov e per il rapporto tra i fratelli. E poi “I viceré” di De Roberto, Faulkner e “I Buddenbrook” di Thomas Mann, anche se è quest’ultima è una famiglia completamente dissimile, con meccanismi interni completamente diversi; in “La ferocia” siamo molto più vicini agli Uzeda di De Roberto».

C’è qualcuno tra le tue colleghe e i tuoi colleghi che apprezzi particolarmente e che vuoi consigliare?

«Faccio un solo nome: Giordano Tedoldi, che ha esordito con un racconto edito da minimum fax (in “La qualità dell’aria") e ha già pubblicato una raccolta di racconti e un romanzo. Lo trovo molto interessante».

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