La Nuova Sardegna

Farian Sabahi: «Saranno le donne a cambiare l’Iran»

La scrittrice iraniana ospite del festival di Perdasdefogu «Il nucleare? Sarebbe meglio parlare di diritti civili»

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PERDASDEFOGU. Fedele alla tradizione di discutere l'attualità con esperti, purché capaci divulgatori, il festival di Perdasdefogu “Sette sere, sette piazze, sette libri”, ha ospitato ieri alle 21, in piazza Fiori, Farian Sabahi. Scrittrice, regista, docente all'Università di Ginevra e Torino, editorialista del Corriere della Sera su questioni mediorientali, è l'autrice di “Noi donne di Teheran” (Edizioni Jouvence, 55 pagine 12 euro), scritto come un monologo, teso liberare il campo dagli stereotipi sulla donna nella società iraniana.

Scrivere per il teatro significa affrontare una scrittura per l'oralità, pensare per la scena. Quale rapporto, lei che sperimenta scritture e linguaggi diversi, ha instaurato col teatro?

«“Noi donne di Teheran” nasce dall'incontro con il librettista Giuseppe di Leva, già docente alla Paolo Grassi di Milano. È stato lui a insegnarmi questo diverso registro di scrittura e ad avvicinarmi a maestri di drammaturgia come Peter Brook da cui ho tratto qualche spunto perché nel 1971 aveva messo in scena “Orghast a Persepolis” e poi rilasciato interviste in cui raccontava le proprie percezioni della capitale iraniana».

Forse a proposito dell’Iran sui giornali bisognerebbe parlare meno di nucleare e più di diritti umani.

«Il nucleare non è una minaccia reale: la Repubblica islamica non ha nessun interesse a colpire paesi vicini, nemmeno Israele. Sarebbe un gioco al massacro. Le violazioni dei diritti umani sono invece un dato di fatto, e la diplomazia potrebbe dare una mano alle tante vittime».

Immagini sulle donne di Teheran mescolano la modernità anni Settanta dello scià e le foto di Shirin Neshat sulle “Donne di Allah”. Possono le donne riscrivere il diritto nella società musulmana?

«Sono temi diversi. La modernità imposta dallo scià aveva creato un ampio divario tra le classi sociali, le zone urbane e rurali. Le opere di Shirin Neshat sono frutto di una bravissima artista della diaspora e sarebbero impensabili al tempo della monarchia e nella Repubblica islamica perché la poetessa Farrokhzad, i cui versi sono riportati sulle donne di Allah, era invisa allo scià e lo è tuttora agli ayatollah. Le donne possono dare un contributo in giurisprudenza, attraverso un attivismo vivace, come testimonia il lavoro dell'avvocatessa Shirin Ebadi e di tante altre sue colleghe. Tant'è che oggi i giudici della Repubblica islamica danno spesso la custodia dei figli minori, in caso di divorzio, al genitore ritenuto “più competente”».

Le universitarie di Teheran, più numerose e brave dei maschi, scelgono discipline scientifiche per lavorare ovunque nel mondo, perché da noi studiare da scienziata o ingegnere non è altrettanto ambìto?

«Credo che in Iran ci sia maggiore consapevolezza del fatto che solo certi percorsi possano darti la possibilità di un buon lavoro che porta un reddito decente e quindi la tanto agognata indipendenza dalla famiglia di origine e da un futuro marito».

In che modo, a suo avviso, la presenza dell'Isis ha cambiato le strategie geopolitiche nei confronti dell'Iran e del Medio Oriente in generale?

« L'Isis perseguita le minoranze, le sette, le eresie. Tra gli eretici gli integralisti dell'Isis annoverano gli sciiti (e quindi buona parte degli iraniani) perché venerano gli Imam, ritenuti i legittimi eredi del profeta Maometto. Washington si è quindi resa conto di avere negli iraniani (e negli sciiti in generale) un alleato naturale. E ha dovuto fare I conti con I sauditi perché 15 dei 19 attentatori dell'11 settembre erano sudditi sauditi».

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