Gli ospiti sassaresi: non ci danno i farmaci
Alcuni dei ragazzi che vivono nell’ex tribunale si lamentano per la scarsa attenzione alle loro patologie
SASSARI. Dietro il gabbiotto in vetro, tappezzato di cartelli in inglese, francese e arabo, il dipendente della cooperativa che gestisce l’ex tribunale dei minori di Sassari sgrana gli occhi quando - nel bel mezzo del pomeriggio di una rovente domenica di inizio agosto - si ritrova davanti un giornalista che vorrebbe entrare nella struttura e farsi raccontare da qualcuno dei 200 migranti come si vive in quella palazzina sgraziata che si affaccia sulla quattro corsie che conduce ad Alghero. È domenica, non ci sono nè il responsabile nè il mediatore culturale e dunque, con gentilezza, l’operatore che controlla chi entra e chi esce dal vecchio stabile individuato dalla prefettura di Sassari per accogliere i migranti, rimanda a un altro momento l’incontro con gli ospiti arrivati qualche mese fa.
Pochi metri fuori dal cancello, sul ciglio della striscia d’asfalto che conduce verso la città e i centri commerciali è un via vai di giovani annoiati che a gruppi di tre o quattro, per tutta la giornata, vanno avanti e indietro senza una vera meta. È così anche di domenica pomeriggio, perché per chi non ha niente da fare le giornate sono tutte uguali. E allora basta un sorriso, due parole in inglese e la voglia di ascoltare e Collins, 26 anni, nigeriano, inizia a parlare del suo viaggio verso l’Europa, dell’emozione di avercela fatta, della paura provata in Libia e della gioia di essere diventato padre, proprio a Sassari poche settimane fa. La moglie di Collins è l’unica donna ospite della struttura e con lei da tre settimane c’è anche una neonata che ha visto la luce nelle cliniche cittadine. «Fortunatamente è andato tutto bene - racconta il giovane papà - il nostro sogno ora è metterci in regola con i documenti e trovare un lavoro». Un altro Collins, anche lui nigeriano di 24 anni, vorrebbe studiare agronomia e magari un giorno tornare in Nigeria e lavorare nella fattoria di famiglia. «Vuoi sapere come viviamo qui dentro - racconta dopo qualche secondo di diffidenza - stiamo abbastanza bene, ma c’è un problema che chi gestisce la struttura non affronta come dovrebbe ed è la nostra salute. È vero mangiamo tre volte al giorno - continua - e anche se continuano a riempirci di pasta e di riso senza mai delle proteine ci accontentiamo, ma sulla salute quello no, non è giusto. Molta gente pensa che siccome siamo africani - si rammarica - non conosciamo i nostri diritti, ma non è così. A molti di noi - conclude - il medico ha prescritto delle medicine, ma chi gestisce la struttura non le ha acquistate». Anche per Sarjo, 19 anni del Gambia, è questo il problema più grande con cui fare i conti. «I giorni scorsi ero malato - racconta mentre mostra una ricetta medica - il medico mi aveva prescritto un antibiotico da prendere per sette giorni consecutivi, ma non mi è stato acquistato». Prima di rientrare in quella che per ora è la loro casa i migranti ringraziano: «Thank you for coming, grazie di essere venuto a trovarci». Poi una richiesta: «ci lasci il tuo numero di telefono per favore - chiedono timidamente - magari avremo altre storie da raccontarti». (l.f.)
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