La Nuova Sardegna

I troppi divieti dei burocrati di Bruxelles

di Luca Rojch
I troppi divieti dei burocrati di Bruxelles

Dai trasporti agli aiuti agli agricoltori, gli ostacoli delle leggi Ue allo sviluppo della Sardegna

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SASSARI. Nessuna incertezza. È doping di Stato. Non c’è posto nei cuori dei burocrati europei per i mille affanni della Sardegna. L’isola depressa nel cuore del Mediterraneo non può avere nessuna forma di sovvenzione. Deve correre da sola come un panzer nella Rhur. Pazienza se ogni prodotto deve pagare il dazio del trasporto, se l’energia costa di più e spostarsi diventa un privilegio. L’Europa non guarda alla geografia. Regole rigidissime che si scontrano con l’abitudine tutta italiana di aggirarle con interpretazioni e magheggi. Ma il gioco di prestigio non stupisce Bruxelles che in questi anni ha più volte punito la Sardegna. E insieme alle tante sovvenzioni sono arrivate anche tante sanzioni.

Il prezzo dell’ultima patacca d’Europa la dovranno pagare gli albergatori. Soldi piovuti dall’Ue come un miracolo su hotel segnati dal tempo. Denari per consentire una rinfrescata a strutture vintage. Pioggia acida che ha corroso le casse e in qualche caso le stesse fondamenta degli alberghi. Perché ora i gestori delle strutture dovranno restituire i soldi all’Europa matrigna. Colpa certo dello spietato burosauro di Bruxelles, ma anche di una interpretazione disinvolta della Regione che prima ha dato i soldi agli hotel poi li ha dovuti chiedere indietro.

Ma la storia recente della Sardegna è uno slalom sbilenco in cui si inciampa di continuo contro i paletti messi dall’Europa. Il motivo è semplice. Il mondo visto da Bruxelles e quello visto da Cagliari hanno una prospettiva opposta. Nel laborioso ombelico dell’Europa non è concepibile pensare che esistano aree in cui è proprio impossibile fare impresa senza una compensazione di uno svantaggio geografico. L’etica protestante e lo spirito capitalistico degli euroburocrati considera le sovvenzioni un’eresia. Per l’eugenetica europea dare un paio di occhiali a una persona miope è vietato. È aiuto di Stato. Così l’Europa in Sardegna più che con gli aiuti alla crescita si manifesta con tragici divieti.

Saremar. L’ultima vittima illustre è la Saremar. La compagnia della Regione che l’Europa ha da tempo imposto di privatizzare. Perché lo Stato, figuriamoci la Regione, non può fare concorrenza ai privati. Poco importa se la compagnia garantisce il collegamento con le isole minori. E se ci lavorino 167 persone che dal gennaio 2016 saranno a casa. In molti sostengono che la Saremar chiude perché dichiarata fallita da un tribunale. Ma la colpa non è tutta della troppo costosa e rovinosa idea della giunta Cappellacci di creare la Flotta Sarda, che ha aperto una voragine nel bilancio della Saremar. Ma anche nella contestazione dell’Europa ai soldi, 10 milioni, che la Regione aveva versato nelle casse della società come indennità per il servizio pubblico. Soldi considerati aiuti di Stato. Soldi percepiti in modo indebito, che la Saremar, al 100 per cento della Regione, doveva restituire alla Regione. Un controsenso. Non per gli inflessibili euroburocrati di Bruxelles.

Ct2. Ma l’Europa ha bloccato anche il bando sulla Continuità territoriale aerea per rotte diverse da Roma e Milano. La Regione voleva dare una sovvenzione alle compagnie che per tutto l’anno collegano l’isola con i maggiori centri della penisola: Torino, Verona, Bologna, Firenze. Ma per l’Europa è un aiuto di Stato. Qualcosa che droga il mercato. Stop alla convenzione. In realtà stop anche ai voli. Ma questo a Bruxelles non interessa.

Legge 44. È il 1988 e la giunta Regionale tenta di innovare l’arretrata e fragile economia agricola dell’isola. Vara la legge 44 con cui si impegna a pagare una grossa parte degli interessi dei mutui che le aziende agricole contraggono con le banche per innovare le proprie imprese. È un successo. 4970 imprenditori delle campagne ci credono e si caricano una montagna di debiti. Tanto che la Regione mette oltre 30 milioni di euro per pagare gli interessi. Ma un gruppo di agricoltori olandesi fa ricorso all’Europa. La lungimirante commissione stabilisce che i soldi messi dalla Regione sono un aiuto di Stato. Concorrenza sleale. Obbliga la Regione a chiedere i soldi indietro e le banche a fare da esecutori. Per il settore è una mannaia. Imprese che falliscono una dopo l’altra e solo nel 2011 la Regione riesce a stoppare la richiesta di risarcimento.

Energia. Un altro diktat imposto dall’Europa riguarda il costo dell’energia. Una parte delle grandi imprese godevano di un regime agevolato. Lo Stato pagava la differenza tra il prezzo Enel e quello promesso alla multinazionale Usa. Come per esempio l’Alcoa. Ma anche questo è stato visto non come un indispensabile correttivo alla situazione di svantaggio dell’insularità, ma come una sorta di doping di Stato che altera il mercato. Solo per l’Alcoa l’Ue ha imposto che venissero chiesti indietro 295 milioni di euro. L’Alcoa oggi non c’è più.

Traghetti. Ma in passato l’Europa si è occupata anche della sovvenzione che lo Stato dà a Tirrenia, più o meno 72 milioni all’anno, per garantire la continuità territoriale. Secondo l’Ue si dava un vantaggio alla ex compagnia di Stato.

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