Chucho Valdés e Irakere 40 La potenza del latin jazz
Baratili San Pietro, il pianista cubano conquista i millecinquecento fans Un omaggio alla superba stagione vissuta con Sandoval e D’Rivera
BARATILI SAN PIETRO. Non c’è utopia senza voglia di far festa. E a Dromos, che questo anno ha scelto come filo conduttore del suo festival, il motto di Martin Luther King, “I Have a dream”, per sondare tra arte e poesia i possibili percorsi di pace e di convivenza, non si privano di nulla. Come è d’altronde nella natura di questo festival dall’anima popolare eppure aristocratica, capace di praticare i sentieri del cuore e quelli della ragione. Così è sbarcato venerdì nello spazio del centro sociale di questo laborioso centro agricolo celebre per un vino prelibato come la vernaccia, Johan Galtung, matematico e sociologo norvegese, tra i più autorevoli maitre à penser della non violenza (è fondatore di Trascend international, rete che collega mediatori e ricercatori di peacekeeping).
La sua è stata una bella lezione magistrale. Di vita e politica. Coraggiosa e di respiro. Ha analizzato le situazioni più calde del pianeta, dall’Africa al Medioriente. Senza dimenticare la nostra Europa, dalla Grecia ai problemi di casa nostra. Sull’Italia: «non esiste una politica di affari esteri italiana. Questa è la riproduzione registrata della voce di Washington, tradotta in buon italiano». E stando nel nostro cortile risponde secco a una domanda sulle possibili scorie nucleari in Sardegna. «E’ abitudine degli Stati sacrificare un luogo periferico, perchè in caso di guerra un sito nucleare è il primo obiettivo da colpire. Ci sono splendidi parchi e giardini a Roma, fatelo fare lì il sito di smaltimento». Un esempio dei suoi autorevoli interventi è il territorio di 500 kmq contesi tra Ecuador e Perù. Galtung ha proposto la nascita di un parco naturale gestito assieme. Ora è realtà. Per dire che anche i sognatori di utopie alla fine realizzano. Come i musicisti che dedicano tutta la vita a rendere la Terra un luogo dove vivere può essere nonostante guerre e ingiustizie, una esperienza straordinaria. E’ il caso di Chucho Valdés, pianista strepitoso, figlio dell’Isla Bonita, Cuba. Di quel luogo unico al mondo Chucho, al secolo Jesùs Dionisio, vincitore di numerosi Grammy, figlio della icona Bebo, anche’egli pianista e vincitore di Grammy, porta con sè l’eredità di un patrimonio musicale unico al mondo. Lo stesso che Chucho coniuga nel jazz, aggiornandolo alla contemporaneità in uno più interessanti capolavori di fusione di generi. Chucho nelle dita ha la sapienza di un Art Tatum e l’inventiva di un McCoy Tyner, conosce la lezione dei grandi (da ragazzo ha ascoltato Nat King Cole, Sarah Vaughan ed Errol Gardner) ma nel suo sangue circola il son cubano. Quel meraviglioso e potente sound fonte di ritmo ed energia. Che Chucho assieme ad Arturo Sandoval e Paquito D’Rivera nella formazione degli Irakere trasformerà in una musica nuova, mai ascoltata prima. Sono passati quaranta anni da allora e ora Chucho rende omaggio a sè stesso e a quell’incredibile magic moment che furono gli Irakere con una formazione di giovani ed esuberanti musicisti, davvero superlativi e in grado di imbastire un concerto che inebria conquistando i millecinquecento fans spuntati venerdì notte come funghi nel capiente parco comunale.
Ed è da subito un concerto di quelli difficili da dimenticare. La musica di Chucho Valdés sembra vivere una nuova primavera. Ogni brano è un caleidoscopio di rimandi ed emozioni che la big band confeziona con scintillante classe.
Dal merengue si passa con soluzione di continuità al jazz modale (sugli scudi un tenorista da tenere d’occhio come Abreu Robles) e sprazzi di “Take a five” di Brubek, dal modern jazz alle atmosfere religiose dei canti Yoruba, sino al cha cha cha. Apre una pimpante “Juana 1600”. E poi via con “Tabu”, Yansà”, “Estea va a Estallar” (“Stella by Starlight”), “Lorena’s tango”, “Afro comanche”, “Misa negra, “Las dos caras” e “Afro funk” finale, tutti in piedi felici e contenti a ballare sotto le stelle.
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