La Nuova Sardegna

La protesta dei precari: «Non fateci emigrare»

di Stefano Ambu
La protesta dei precari: «Non fateci emigrare»

Per poter lavorare 4mila docenti sardi rischiano di dover lasciare l’isola Manifestazione davanti al Consiglio. Lettera dell’assessore Firino al ministro

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CAGLIARI. La chiamano nuova emigrazione. Forzata, aggiungono. Non vogliono salire su un traghetto o su un aereo per andare a insegnare a Pordenone, Matera o Caltanissetta. O a Roma o Milano. Non perché non vogliono lavorare. Ma perché i conti, tra spese per vivere "fuori" e viaggi non tornerebbero. Per non parlare della mazzata agli affetti. Ieri mattina hanno manifestato insieme a figli e genitori davanti al palazzo del Consiglio regionale con la valigia in mano e un fazzoletto bianco sventolato a mo' di addio. E hanno raccontato che non vogliono abbandonare bambini, mamme a volte malate e case ancora da pagare con il mutuo. In cambio di un posto di lavoro, quello offerto dalla Buona scuola di Renzi, lontano dall'isola. Dopo la loro protesta l’assessore regionale all’Istruzione Claudia Firino ha scritto una lettera al ministro Stefania Giannini per chiedere un incontro urgente per affrontare l’emergenza dei tanti precari sardi.

Già perché questo è il punto: per la Sardegna, penalizzata dai tempi e dai costi dei trasporti, ci vorrebbe - questo chiedono i docenti - una soluzione ad hoc. Speciale come quella autonomia che in teoria dovrebbe aiutare gli abitanti di una regione che non è, geograficamente, come tutte le altre. «Liberi - hanno spiegato alcuni dei promotori della manifestazione - di scegliere: se andare a lavorare fuori o se restare nella propria terra. Ma è davvero così necessario sradicare le persone dalla propria terra e rendere tutti scontenti? Come si fa a vivere in un'alta città, in un'altra casa quando la famiglia è oltre il mare?». Già, perché la Buona scuola in teoria sistema o dovrebbe sistemare una generazione di quaranta-cinquantenni che una famiglia o una casa ce l'hanno. Ora però c'è una domanda da compilare e inviare telematicamente entro il 14 agosto. La domanda è l'incubo di questi giorni. La devono compilare circa centomila docenti in tutta Italia, quattromila in Sardegna. E bisogna «scegliere» in ordine di preferenza tutte le province italiane. Obbligatoriamente, altrimenti il sistema non consente nemmeno l'inoltro della domanda. Cagliari, Sassari, Nuoro, Oristano. E sin qui sono tutti d'accordo. E poi? Poi è una scommessa. C'è chi studia la cartina geografica e usa il criterio «aeroporti», cioè sceglie le città meglio collegate con la Sardegna, magari con il low cost. C'è chi è andato a studiarsi le esigenze di ogni singola regione per mettere davanti o in coda alcune province. Qualcuno ha già spedito la domanda, ma si riserva di darle una controllata o di ritirarla prima della scadenza. Qualcun’altro aspetta. Una volta indicata la provincia, in caso di richiesta di trasferimento, l'accettazione è obbligatoria: chi dice no non potrà più essere assunto e dovrà chiudere con la scuola. C'è un'altra possibilità: non presentare la domanda. Ma questa scelta, pur consentendo la permanenza in graduatoria, non consentirebbe di fatto grandi prospettive per le supplenze. E allora ecco l'appello, spontaneo, degli insegnanti, maestri e prof, scesi in piazza per disperazione dopo giornate e notti in preda a dubbi e preoccupazioni. Un sos alla Regione. Sul fronte politico qualcosa si sta muovendo: già presentata una interrogazione in consiglio regionale. Mentre oggi è in programma una assemblea regionale degli insegnanti promossa dal deputato di Unidos Mauro Pili. C'è un problema, però: non c'è tempo da perdere. Perché dopo Ferragosto il Ministero comincerà a chiamare anche gli insegnanti sardi.

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