L’abito come simbolo di identità
In Costa Smeralda l’incontro tra lo stilista Antonio Marras e lo scrittore Salvatore Niffoi
INVIATO A PORTO CERVO. Nella piazzetta con la quinta naturale dei maxi yacht sfilano storie con l'abito di Sardegna. Le intrecciano il paroliere dei tessuti Antonio Marras, lo scrittore Salvatore Niffoi e il direttore dell'istituto Euromediterraneo Raimondo Satta. Una chiacchierata in cui l'isola diventa una delle chiavi di lettura del tema “L'habitus, espressioni stilistiche, letterarie e religiose di Sardegna”. Un dibattito che gioca con le parole, le assonanze, i significati della parola abito. Che profuma di moda, letteratura, religione. In cui c'è spazio per la citazione dantesca di Fra Gomita di Gallura, che Dante colloca nella quinta bolgia dell'Inferno. E per l'annuncio-rivelazione di Niffoi. Lo scrittore ha già pronti 14 nuovi libri, che tiene conservati in una cassaforte e darà alle stampe solo dopo la sua morte.
Non è scontato parlare di Sardegna nel cuore del borgo accusato da 50 anni di essere un corpo estraneo all'isola. Ma nemmeno di abiti, come rivestimenti del corpo e dell'anima. Ma Lella Costa, scrittrice e attrice, riesce a moderare l'impegnativo dibattito e a trasformarlo in una piacevole chiacchierata tra amici. «Questo incontro dimostra che Porto Cervo sa essere non solo un luogo dell'effimero, dell'esteriorità ma anche della riflessione – dice il vescovo di Tempio-Ampurias, Sebastiano Sanguinetti –. Quest'anno, dopo aver affrontato in passato temi generali abbiamo deciso di parlare di Sardegna e del suo animo profondo». Racconta la sua orgogliosa sardità che convive con il desiderio di confrontarsi con il mondo Marras, che don Raimondo definisce un “Visconti della moda”. «Ho cominciato questo lavoro per caso. La mia passione era il cinema. Oggi faccio questo lavoro che poi lavoro non è. E la mia esistenza, un incontro continuo con le discipline che ruotano intorno alla moda. La moda e la sfilata sono un momento topico in cui riesco a unire discipline differenti. Ma ho bisogno di una storia da raccontare. Mi serve una trama per raccontare l'abito». Marras racconta poi l’Ulisse che è in lui. « Chi nasce ai confini dell'impero, in una isola nell'isola come può essere Alghero, capisce subito il bisogno di andare per poi ritornare. L'Ulisse che è in noi ci spinge a cercare dialoghi con altri mondi. Noi sardi siamo il risultato di culture millenarie, di stratificazioni, di cui il costume sardo, fatto di gonne, sottogonne, corpetti è la quinta essenza». Per Niffoi, una madre sarta-stilista, l'abito è come una protesi dell'anima. «Fa vedere cosa siamo dentro, è come una carta di identità – dichiara –. Ci si deve presentare alle persone senza artifici. Ecco perché l'abito va meditato, sentito, ma deve essere semplice, mai ridicolo». Lo scrittore confessa poi la sua avversione all'omologazione delle tradizioni. «Inizialmente amavo indossare gli abiti in vellutino – sottolinea –. Quando ho poi visto che lo usavano i politici e i bancari li ho messi via. Mai confondere l'amore con l'andare a puttane». E siccome l'habitus è il tema conduttore della serata a don Raimondo è affidata la pennellata sacra. «L'abito non fa il monaco – conclude –, ma l'abito della celebrazione fa il monaco. Perché copre la tua umanità per far emergere l'Altro. È come a teatro, come una maschera. Rivestirsi è un atto di povertà».
Non lasciare decidere l'algoritmo:
scegli La Nuova Sardegna per le tue notizie su Google
