Con Godard il jazz sposa Monteverdi
“Time in Jazz” ieri a Ozieri. Stasera chiude Lars Danielsson
OZIERI. Monteverdi e il jazz. Secondo l'affascinante lettura di Michel Godard, virtuoso di serpentone che ieri mattina nella Cattedrale ozierese ha proposto un live magnetico e struggente, collocato in uno spazio di tempo sospeso tra passato e presente. In sintonia con il tema di questa edizione a “Time in jazz”, quello delle ali, si potrebbe affermare che “A Trace of grace” ha infatti compiuto il miracolo di far compiere all'uditorio - la folla che riempiva fino all'inverosimile la chiesa - un volo di alcuni secoli.
La sfida del musicista francese iniziata nel 2012 è ardita (fu presentata allora al Verdi di Sassari per Rocce Rosse ma con diversa formazione schierando anche Steve Swallow). Quella cioè di mettere assieme pagine del primo barocco - soprattutto madrigali, scritti da Claudio Monteverdi - e il jazz. C'è, naturalmente rispetto per l'opera di quello che fu un innovatore e, forse in parte, Godard nel maneggiare quei materiali ne ha tratto la stessa attitudine con cui il musicista di Cremona accompagnò il passaggio dalla musica rinascimentale a quella barocca. Grazie a una formazione di prim’ordine (uno strepitoso Gavino Murgia, sax e voce, al quale il pubblico tributerà un caloroso applauso, il sensibile fisarmonicista Luciano Biondini, il mezzosoprano Guillermette Laurens e una puntuale Sonia Peana al violino, special guest) Godard ha mostrato un affresco multicolore in cui la musica di Monteverdi, soprattutto nei brani strumentali diventa fonte di ispirazione non banale. Godard ora trova il filo di un progredire armonico, oppure ne sposa il mood intrecciando trame inattese che nell'inserimento di Murgia diventano fiammate di improvvisazione come lampi nel cielo. Scuotono le fondamenta e disegnano un altro ordine i cui fili tra passato e presente vengono poi riannodati da Godard al serpentone introducendo pagine di poesia lirica nelle incursioni vocali della strepitosa cantante. In scaletta: “Ambre”, “Aborigene”, “Sayeusement”, “A Trace of grace”, “A Serpent's dream”, “Pane caliente” e “Blue Tuba”.
E di un altro tempo si è respirato il clima la sera prima in Piazza del Popolo dove ha aperto un protagonista illustre del jazz, il batterista sudafricano Louis Moholo. Il drummer ultrasetttantenne ha energia invidiabile e con la sua Special Unit for the Blue Note ha sciorinato jazz d'alta scuola. Groove potenti, suono compatto della sezione d'ottoni, il trombettista Henry Lowther, Alan Tomlinson al trombone, Shabaka Hutchins e Ntshuks Bonga ai sassofoni, un metronomico contrabbassista John Edwards e un fantastico pianista, Alexander Hawkins instancabile cucitore di pattern che a velocità supersonica costruiva grappoli di note cristalline e volatili come bolle di sapone. Moholo dirige in modo carismatico e non perde un colpo. La musica è fluida e ricca di colpi di scena, a tratti evoca le esplosioni di Arkestra mentre i fiati hanno talvolta l'incedere della Brass del compianto Lester. Jazz di qualità come sempre meno si ascolta.
Ciliegina finale l'esibizione di Manu Katchè, il batterista amato dalle popstar, da Peter Gabriel a Sting coi quali ha suonato e inciso, alla guida di un quartetto composto dal trombettista Luca Aquino, il sassofonista Tore Brunborg e il pianista e organista all'Hammond B3, Jim Watson. Katchè è batterista di tecnica stellare che sa tenere incatenati all'ascolto. Sensibile alle sonorità contemporanee costruisce dal vivo un robusto set jazz funk con seducenti atmosfere elettroniche (Aquino e Brumborg) contrappuntate dal sound seventy dell'hammond suonato in modo sapiente da Watson. Circola meno swing del set precedente, ma la musica è gradevole e il set scivola in souplesse da “Pieces of emotion” a “Shine and blue”, “Love Walk”, Song for her”, “Loving You”, “Clubbing”, fino a un accattivante “Drum solo”, “Snapshot e “Rose”.
Oggi cala il sipario. Si parte alle 11 a San Michele nella campagna di Berchidda con il solo al piano di Stefano Bollani. In piazza del Popolo alle 21 è di scena Lars Daniellson. Chiusura con i Rad Trads che salutano il pubblico a tempo di rock e rhytm and blues.
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