«Io, spirito libero come Arlecchino»
Pasotti oggi a Sassari con il suo primo film da regista
SASSARI. Nel 1992, a 19 anni, appena diplomato, decide di partire per la Cina. Per studiare («volevo fare il medico sportivo») e approfondire la conoscenza delle arti marziali che pratica sin da bambino con ottimi risultati agonistici. Risultati confermati anche là, nella terra d’origine di quella che non è solo una disciplina sportiva. Grazie alla sua abilità viene notato dagli uomini di una importante casa di produzione cinematografica di Hong Kong, alla ricerca di un volto occidentale per un nuovo film d’azione. Inizia così la carriera d’attore di Giorgio Pasotti, uno dei volti più amati del cinema italiano. Dopo tanti ruoli in film di successo (da “L’ultimo bacio” a “La grande bellezza”) e in fiction tv molto seguite (come “Distretto di polizia”), l’attore l’anno scorso ha esordito come regista con “Io, Arlecchino”. Il film verrà presentato dallo stesso Pasotti stasera a Sassari (nella nuova arena di via Monte Grappa) in un nuovo appuntamento del festival “Pensieri e Parole”.
Pasotti, un film su Arlecchino. Una maschera un po’ dimenticata dal cinema.
«Più che dimenticata. Il nostro è in pratica il primo film su questa maschera. Lo dico con un po' di amarezza. Avrebbe meritato molte trasposizioni, un'ampia pagina del cinema italiano. È una maschera molto interessante, nasconde mille aspetti, rappresenta la nostra tradizione. Ma è un po' tipico di noi italiani dimenticarci delle ricchezze, del nostro patrimonio culturale e storico. Se fosse stato americano, son sicuro avrebbero fatto decine di film, cartoni animati, gadget».
Una maschera di Bergamo, la sua città. Ha pensato al film anche per questo?
«A dire il vero, no. E poi bisogna ricordare che se la leggenda vuole la maschera sia nata in territorio bergamasco, in realtà il personaggio avrebbe origini molto più antiche, forse tedesche. Comunque l’ho scelto per quello che rappresenta, il valore della libertà».
Ma lei si sente un po’ Arlecchino?
«Mi piacerebbe. Ma forse oggi non è possibile essere così libero, esprimere le proprie idee con quella facilità e quella franchezza. Arlecchino è una maschera positiva, ironica, che trasmette felicità. Ma con il sorriso ha detto anche cose scomode. Nel mio film ho voluto riproporre quel tipo di anarchia».
A proposito di libertà. Lei a 19 anni ha preso ed partito in Cina. Cosa le rimane di quell’esperienza?
«Prima di tutto il ricordo di una Cina che non esiste più. Sono andato lì tre anni dopo la rivoluzione di Tienanmen, in un momento in cui il Paese viveva un passaggio fondamentale. Ho visto le prime tracce di Occidente spargersi velocemente in Cina. La gente spogliarsi della divisa di Mao. Più personalmente, il ricordo di un pezzo importante della mia vita».
Praticava arti marziali. Le sono servite anche nel percorso attoriale?
«Tanto. Le arti marziali sono più di un semplice sport. Una filosofia di vita che ti dà una disciplina interiore ed equilibrio».
Sarà stato utile per una prova impegnativa come quella da regista.
«Vero, fare il regista è davvero complesso e faticoso. Non tanto la parte sul set, quanto le fasi di pre e post-produzione».
Ha avuto tanti maestri, è stato diretto da importanti registi. Tra questi c’è pure il sassarese Antonello Grimaldi.
«Antonello è più di un regista con il quale ho lavorato, è una persona alla quale sono molto legato. Ricordo in particolare come nel primo film di Muccino, (“Ecco fatto” del 1998, dove il regista sassarese appare come attore) dall’alto della sua esperienza aiutò molto noi giovani. È una persona straordinaria, alla quale devo tanto».
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