Sguardo a Occidente di Gianluca Vassallo
Oggi a Sassari la presentazione del libro del fotografo
Edward Hopper è probabilmente il più grande pittore americano, colui che ha meglio rappresentato gli Stati Uniti d'America nella loro essenza di scenario di vita. Dopo una prima esperienza con le tecniche pittoriche attraverso un corso per corrispondenza e la frequenza alla scuola di Belle Arti di New York, il giovane Edward viaggia verso est, verso oriente, che sulla carta geografica di un americano corrisponde al continente europeo, origine del suo occidente.
Questo accade nei primissimi anni del Novecento. Un viaggio a Parigi e successivamente a altre capitali dell'Europa moderna, centro delle arti. Affascinato dalla generazione più vicina agli impressionisti, più che dalle avanguardie che si stavano affermando, assiste alle prime esposizioni di Picasso. Non gli interessa frequentare gli “atelier” dei giovani talenti e neppure la scuola di Belle arti. A lui interessa la strada e chi la vive.
Rientrato a New York, non ritornerà più nel vecchio continente, non lascerà più gli Stati Uniti. Divenne il grande pittore della modernità statunitense, del Realismo americano, il pittore di New York, il grande ritrattista della solitudine, cosí definito, quella dei suoi affascinanti personaggi ripresi in un ambiente dove il tempo trascorre senza sforzo, fino a sembrare superfluo.
Tante volte ho desiderato far parte della scena di un quadro di Hopper, parlare con i protagonisti laconici delle sue tele, sfruttare quel silenzio.
Recentemente ho rivissuto la stessa esperienza di quando “parlai” per la prima volta con le persone di Hopper, al vecchio Whitney Musem. Mi è accaduto guardando le fotografie di Gianluca Vassallo, quelle della serie “Occidente”: ancora quel silenzio che respira.
Non ci sono artifici, i suoi personaggi non hanno copione. Immagini fugaci, a volte furtive. La scena è quella a disposizione, quella che si presenta così come la trova, come si offre alla sua sensibilità ricettiva che pare cogliere nella realtà quegli scenari “New New-Realism” che già abitano il suo immaginario.
Gianluca Vassallo pratica e raccoglie la bellezza del quotidiano, attraverso le persone, anima degli spazi che lui ritrae. Collezionista di anime e di sguardi, paure e gioie, che colmano gli istanti. Quasi a dire che la bellezza è l'unico cammino per salvare l'umanità. Proprio come Bartolomeo di José Saramago, nel “Memoriale del convento”, colleziona anime sotto vetro perché non muoiano mai. Anzi, sono queste “migliaia di volontà umane” che riescono a far volare una macchina futurista, a tenerla in vita in tempo che trascorre senza sforzo, fino a diventare superfluo.
Nel vecchio Whitney Museum, ho ascoltato le persone di Hopper, sono entrato nell'anima dell'America. Nelle fotografie di Vassallo ho rincontrato quelle persone, quasi fossero le stesse, ritrattate con la stessa luce, con lo stesso colore (probabilmente se Hopper fosse stato un fotografo, avrebbe ripreso le sue scene in bianco e nero). Early Sunday Morning di Hopper diventa Straniero di Vassallo, Cenere di Gianluca si trasforma in Chop Suey di Edward. Come se tutto si impastasse con l'overture “Rhapsody in blue” di Gershwin all'inizio d el film Manhattan, il silenzio che respira si trasforma in un inno gioioso a NYC, la capitale della contemporaneità, la città-scenario in cui si consuma l'umanità del mondo intero.
A New York, quella volta, mi ci portò mia moglie Marta, e io la portai al Whitney Museum, e un libretto incontrato in un negozio ci condusse fino alla panchina sotto il Queensborough Bridge, la stessa film di Woody Allen, quella che guarda verso l'oriente dell'occidente che ha originato gli Stati Uniti d'America.
Marta, negli ultimi (quasi) vent'anni, mi ha fatto conoscere “un altro” cinema, quello “vero”. Gianluca, adesso, mi ha invitato ad entrarci, a fare parte della scena. A respirare con lui.
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