La Nuova Sardegna

A New York la chiesa del jazz

di Fabio Canessa
A New York la chiesa del jazz

“The Vespers”, il documentario di Silvana Porcu sulla Saint Peter’s Church

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SASSARI. Confidente dei più grandi jazzisti della storia. Carissimo amico, tra gli altri, di Duke Ellington. Tanto che il leggendario musicista gli ha anche dedicato un pezzo dei suoi famosi “Concerti sacri”. Il titolo, “The Shepherd (Who Watches Over the Night Flock)”- in italiano il pastore che bada al gregge della notte - riassume perfettamente il ruolo avuto da John Garcia Gensel. Lo si capisce subito se si conosce la sua storia. Ma chi ha mai sentito il suo nome? Pochi sicuramente. Almeno in Italia. Anche una ricerca su internet non dà grandi risultati se si imposta il filtro della lingua. Bisogna sfogliare pagine in inglese per iniziare a sapere qualcosa su Gensel. Da lì è partita anche la ricerca di Silvana Porcu, un lungo lavoro passato per gli archivi del National Jazz Museum, della Public Library di New York e altri centri, che è diventato poi la base di un documentario: “The Vespers - Have a Little Faith in Jazz”. Domani verrà proiettato a Sassari, alle 21.30 nell’arena di via Monte Grappa, per il festival Pensieri e Parole.

Giornalista algherese (ha scritto per varie testate, collabora con il Giornale della Musica e La Nuova Sardegna), Silvana Porcu vive tra l’Italia e New York. Qui, nel 2011, finisce per caso nella Saint Peter’s Church e scopre una bellissima storia. La storia di un pastore luterano, John Garcia Gensel, che negli anni Sessanta apre le porte della sua chiesa a Manhattan ai jazzisti (molti in difficoltà), chiedendo loro di suonare la musica che vogliono, senza nessun vincolo. Nascono così i Jazz Vespers, un rito che va avanti ancora oggi. Ogni domenica pomeriggio. Un rito che da New York si è sviluppato un po’ in tutti gli Stati Uniti. «In questa storia ci sono davvero inciampata sopra - racconta Silvana Porcu - Ero a New York, seguivo diversi concerti, e un giorno sono entrata in questo edificio perché da fuori ho visto un pianoforte, persone che suonavano. Ho capito che si trattava di una chiesa solo una volta dentro, dove ho scoperto questa funzione religiosa legata al jazz che mi ha lasciato senza parole. Da lì ho iniziato una serie di ricerche che mi hanno rivelato una storia incredibile».

Una storia fatta di musica e di un’atmosfera difficile da restituire semplicemente con le parole. Con un articolo o un saggio. «Ho capito - spiega la giornalista - che avevo bisogno di suoni e immagini. Ma non sono una videomaker e per la parte video sono stata aiutata da Ilaria Paganelli, regista cagliaritana che ha accettato con entusiasmo di far parte del progetto. Così come Carlo Sanna, montatore di Nuoro, che mi è stato vicino nella delicata parte del montaggio, e Marcella Carboni, arpista di Cagliari autrice delle musiche originali». Scelta, quella di uno strumento che non si associa normalmente al jazz come l’arpa, particolare. Di apertura si potrebbe dire pensando al messaggio principale che emerge dalla visione del documentario, dalla storia di Pastor Gensel. Innamorato del jazz ha aperto le porte della chiesa a tanti musicisti che avevano bisogno di un posto in cui suonare. Il valore di questa apertura lo raccontano perfettamente le parole dei vari personaggi intervistati da Silvana Porcu. Tra i quali spiccano giganti come Dave Liebman e Sheila Jordan. Da ascoltare con attenzione la cantante che confessa i problemi avuti e l’importanza dell’aiuto di Gensel. «Lo ricorderò sempre come un angelo, è volato da me e mi ha permesso di cantare quando non riuscivo a trovare un posto per farlo. E dovevo farlo, era necessario per me».

L’idea di Gensel era in fondo semplice: quella che i jazzisti superassero i problemi, spesso legati all’alcol e alla droga, grazie alla loro musica. Ha dato quindi loro la possibilità di suonare, di esibirsi, raccogliendo nella sua chiesa la comunità jazzistica di New York. L’elenco dei grandi legati alla Saint Peter's Church è lungo (Duke Ellington, Billy Strayhorn e considerati i memorial anche John Coltrane, Miles Davis e tanti altri), ma sono soprattutto le storie di musicisti che hanno avuto meno fortuna, magari dimenticati, che rendono onore al lavoro di Gensel e di chi ne ha raccolto l’eredità.

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