Aylan e gli altri: non solo una foto
Ansia da condivisione, ma ci ricorderemo delle tante vittime?
di FABRIZIO BRANCOLI
A un certo punto la mamma deve aver detto ad Aylan tutto andrà bene, ci sono io con te: le madri lo fanno sempre. Ci sarà stata un’ultima carezza. Ci sarà stata una mano che si stacca, un contatto che si perde. Coraggio Aylan, non ti accadrà niente di male, qualcuno deve pur averglielo detto, perché un bambino di tre anni, anche in mezzo a una fuga dall’inferno di Kobane, non può che conservare la speranza. Invece Aylan è morto, e giace sulla riva del mare a Bodrum, in quella posa straziante, come se dormisse. Un sonno nero e senza risveglio a cui tutti noi l’abbiamo costretto. C’è un fotografo, lì, e scatta. Lo fa per mestiere e cinismo? Lo fa perché vuole essere testimone di una tragedia immane? Dai, dividiamoci ancora un po’, litighiamo sui social, prima di andare a cena fuori.
Dovevano essere pubblicate o no, quelle foto? Esistono posizioni serie su entrambi i versanti: da una parte la sacralità dell’infanzia, dall’altra l’intento di sferrare un colpo alle coscienze. È un dibattito profondo ma ha il risvolto inquietante di puntare su una questione etica e comunicativa e di decentrare la nostra attenzione rispetto al vero fuoco, che è chiedersi come evitare che questa cosa accada questa notte, di nuovo, a qualcun altro, anzi a migliaia di altri.
Il primo affronto che potremmo fare ora ad Aylan è quello di considerarlo il protagonista di una trama isolata. Questo è l’agguato psicologico e mediatico che sta dietro a certe immagini, il primo ostacolo da superare. Dobbiamo metterci in testa che ci sono altri bambini. Galip, cinque anni, il fratellino di Aylan, è morto nello stesso modo spaventoso e nessuno l’ha fotografato. Rehan, la madre, non è nella foto: è morta da qualche altra parte. E nella sequenza scattata a Bodrum c’è un’altra figura: un soccorritore, il primo a prendersi cura del corpo di quel cucciolo d’uomo, a riservargli una carezza che non potrà essere percepita. È il segno della pietà. Quella che ci resta.
L’8 giugno 1972 Kim Phuc, una bambina di otto anni, fugge nuda e disperata dal villaggio di Trang Bang sulla route 1, vicino a Saigon, dopo i bombardamenti americani con il napalm. Il fotoreporter Nick Ut scatta quell’immagine che racconta il Vietnam e, a suo modo, le ragioni del movimento pacifista. Accadde 43 anni fa e quella corsa atroce ha tormentato una generazione. C’è una domanda aspra, con la quale a confrontarsi sarà la nostra generazione, quella dei social e delle foto condivise, quella delle indignazioni lampo, delle memorie corte e del razzismo da tastiera.
Ricorderemo Aylan nell’anno 2058, quando da oggi saranno trascorsi gli stessi quarantatré anni?
E lo ricorderemo tra quarantatré giorni?
E tra quarantatré ore?
fbrancoli
©RIPRODUZIONE RISERVATA
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