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Una banda di trasfertisti del crimine

Una banda di trasfertisti del crimine

Continua la caccia al commando entrato in azione martedì: qualcuno dei banditi potrebbe essere arrivato dalla penisola

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SASSARI. Caccia al basista ma caccia, anche, ai possibili trasfertisti del crimine che potrebbero aver partecipato alla rapina messa a segno avantieri sulla 131, nei pressi di Bonorva, rapina che dovrebbe aver fruttato mezzo milione di euro agli otto banditi entrati in azione poco prima delle 7,30.

Indagini difficili vista la “professionalità” mostrata dalla banda che si è premurata di creare il caos in entrambe le direzioni di marcia della Carlo Felice, così da potersi assicurare una tranquilla via di fuga. Ma non è solo quel particolare a caratterizzare l’operato degli otto banditi (forse dieci) che hanno messo a segno il blitz. Ciò che ha colpito è stata anche l’estrema determinazione - e la dimestichezza - nell’uso delle armi. Armi capaci di perforare le corazze del blindato, e forse a far saltare la cassette che contenevano il denaro.

La squadra mobile di Sassari, che conduce le indagini, ha comunque esteso le ricerche dei banditi a tutta l’isola, ma non è escluso che una parte della banda possa essere arrivata d’oltremare. Non sarebbe neppure la prima volta che rapinatori nostrani stringono alleanze con le bande specializzate della penisola. In passato gli esempi sono stati numerosi ed è anche per questa ragione che la polizia sta vagliando gli elenchi dei passeggeri che in questi giorni (settimane) hanno attraversato il mare per raggiungere la Sardegna. E che magari in tutta fretta hanno abbandonato l’isola.

Ovviamente le indagini della questura sassarese sono incentrate sulla malavita locale, cercando eventuali analogie o punti di contatto con precedenti rapine messe a segno sempre sulla 131, sempre facendo ricorso a un’impressionante volume di fuoco e sempre inventandosi nuove strategie per sfuggire alla ricerche delle forze dell’ordine.

Uno sforzo investigativo notevole, che deve fare i conti anche l’oggettiva pericolosità dei banditi che non hanno esitato ad aprire il fuoco al minimo accenno di pericolo, o di resistenza da parte dei vigilantes, anche di quell’agente che passava per caso sul luogo della rapina. Indagini che vengono portate avanti anche facendo ricorso alle nuove tecnologie che potrebbero aver “tracciato” alcuni telefoni cellulari. È un’ipotesi remota, come spiegano in questura, anche perché appare difficile che banditi tanto esperti siano caduti in un errore così banale. (p.s.)

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