La marcia dei disperati «A piedi fino a Vienna»
Treni bloccati a Budapest, un migliaio di rifugiati si mette in cammino Centinaia fuggono dai campi profughi, un uomo cade e muore sui binari
ROMA. La lunga marcia verso la libertà comincia dalla stazione Keleti di Budapest dopo sei giorni di attesa senza esito, in una città dove a migliaia sono stati lasciati allo sbando, senza aiuti, acqua né cibo nel loro accampamento di fortuna: «Non ci sono treni , non ci sono autobus, abbiamo deciso di andare a piedi» annunciano, mettendosi in cammino.
Il loro filo d’Arianna è la linea continua della corsia d’emergenza dell’autostrada che da Budapest conduce a Vienna: 250 chilometri di viaggio fino alla capitale austriaca, la porta aperta sulla Germania, la méta finale. Un migliaio di persone, forse di più, in gran parte siriani e afgani, cammina in fila dentro striscia bianca: vecchi claudicanti, disabili in carrozzella, bambini che tengono in tasca automobiline con cui giocare a ogni sosta, famiglie con bimbi di pochi mesi, un ragazzo amputato con le stampelle che porta appeso al collo il ritratto di Angela Merkel, un altro che issa la bandiera azzurra con il cerchio di stelle simbolo dell’Europa unita. È un popolo disperato deciso a raggiungere il proprio sogno, o almeno a mettere fine a un incubo: uomini e donne che hanno già viaggiato per migliaia di chilometri, stremati ma decisi ad andare avanti a ogni costo. La polizia ungherese non li ostacola, regola il traffico al loro passaggio, ma le autorità non forniscono alcuna assistenza ai profughi: è la gente, incredula davanti a una tenacia che sfiora l’eroismo, che accorre lungo i bordi dell’autostrada con scorte d’acqua, cibo, passeggini per i rifugiati che marciano sotto il sole cocente.
È una rivolta che esplode contemporanea anche nei campi profughi, nei punti di raduno: 300 persone sfondano le recinzioni e fuggono per protesta contro le lungaggini burocratiche che li bloccano in Ungheria dal campo di Roszke, al confine con la Serbia, costringendo la polizia a chiudere temporaneamente la frontiera, mentre gli altri 2.300 rifugiati presenti nella struttura minacciano di seguire i compagni se le autorità non ascolteranno le loro richieste.
Poco dopo, altre 300 persone “evadono” dalla stazione di Bicske, 60 chilometri a ovest di Budapest, altre 64 scappano da un campo vicino. Nel caos di Bicske, dov’è fermo da due giorni un treno carico di migranti che si rifiutano di essere condotti nel campo, si compie una nuova tragedia: un uomo, un pachistano di 50 anni, muore cadendo sui binari e battendo la testa. L’incidente accade durante nuovi tafferugli, quando i profughi bloccati sul convoglio, forzano il cordone delle forze dell’ordine, si sparpagliano sulle rotaie e fuggono attraverso i campi, alcuni in direzione della città di Gyoer, a ovest, altri verso Budapest. Nel tardo pomeriggio, dopo la drammatica fine dell’uomo, il lungo braccio di ferro si conclude e circa 500 persone asserragliate sul treno cominciano a scendere senza opporre resistenza per essere condotti al campo a bordo di bus. A Roeszke si conclude anche la fuga dei 300, rintracciati e riportati indietro.
Nelle stesse ore, il Parlamento decreta lo stato d’emergenza nel Paese con i voti della maggioranza di governo e degli estremisti di Jobbik, approvando un pacchetto di misure molto restrittive sulla gestione dell’immigrazione. Slitta invece per mancanza di voti l’invio di migliaia di militari al confine, che nella sola giornata di giovedì viene oltrepassato da 3.313 persone, un nuovo record, mentre alla “radice” della rotta balcanica 5.600 arrivano in Macedonia dalla Grecia. Con le nuove norme, l’esecutivo ultraconservatore di Viktor Orban istituisce zone di transito sul confine per bloccare gli arrivi, accelera le procedure di riconoscimento del diritto d’asilo ma allo stesso tempo restringe i criteri per rilasciarlo.
«Se non proteggeremo i confini, decine di milioni di migranti arriveranno, se permetteremo a chiunque di entrare sarà la fine dell’Europa» profetizza Orban, ricordando che «l’Ungheria è molto solidale: abbiamo due volte più profughi che l’Italia e la Grecia». Da Bruxelles però il commissario per i Diritti umani Nils Muiznieks Ue chiede al parlamento di non modificare la legge, definendo le posizioni del governo «profondamente deplorevoli» e ricordando «l’obbligo di garantire protezione a chi ne ha bisogno».
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