«Racconto l’umanità alla deriva»
Intervista con Franco Maresco, stasera a Sassari ospite del festival “Pensieri e parole”
Un anno fa l’anteprima alla Mostra del cinema di Venezia, con tanto di premio della giuria della sezioni Orizzonti al quale si è aggiunto un po’ di mesi dopo il riconoscimento come miglior documentario ai David di Donatello. Cerimonie senza protagonista principale. L’autore del film in questione, “Belluscone. Una storia siciliana”, insofferente alla folla preferisce evitare certe situazioni. Capita comunque che partecipi a incontri con il pubblico. Occasioni preziose per chi ama il cinema come quella offerta oggi a Sassari dal festival “Pensieri e parole” che ospita - alle 21.30 nell’arena di via Monte Grappa - il regista siciliano Franco Maresco.
Dopo la fine del sodalizio con Daniele Ciprì (con il quale ha realizzato tra le tante cose il programma di culto “Cinico tv” e film come “Lo zio di Brooklyn” e “Totò che visse due volte”) Maresco ha diretto “Io sono Tony Scott, ovvero come l’Italia fece fuori il più grande clarinettista del jazz” e appunto “Belluscone”.
Un film difficile da classificare, che prende diverse strade. Qual è il filo conduttore, il vero soggetto?
«Il film riflette una situazione vera. Quello che racconto ha qualche libertà, licenza creativa, ma è sostanzialmente vero. I personaggi, le denunce, i litigi. La storia è quella del tentativo di girare un film su Berlusconi e il suo rapporto con la Sicilia, le difficoltà, e l’incontro con questo bizzarro personaggio che è Ciccio Mira, impresario di cantanti neomelodici, che mi ha permesso di avere una nuova chiave per continuare quando ero a un vicolo cieco. È una storia che mette insieme dei fallimenti, quello forse dello stesso Berlusconi, del sottoscritto, di una realtà siciliana. L’apparente “sgangheratezza” a posteriori si è rivelata una carta vincente. Questo film in fondo non poteva che essere così».
Una struttura che in qualche modo sembra richiamare Orson Welles.
«Forse c’è quella natura. Dal suo “F come falso” in poi c’è stato un modo di fare cinema che ha fatto parlare di docufiction, un gioco tra finzione e realtà. Ma non ho fatto un richiamo esplicito. Io non credo che quel cinema sia sopravvissuto,per me un’idea di cinema è finita. Nel mio film questo è evidente, anche dal punto di vista estetico, non cerco l'immagine. Quello che c’è sottinteso quando parlo di fallimento è anche l’inutilità del fare cinema. C’è dolore, sofferenza personale, nel prendere atto che un’idea di arte è arrivata al capolinea. Il mondo è un’esplosione di immagini che si annullano a vicenda, per questo destituite di senso».
Nel film si ride molto, anche se a denti stretti. Qual è la sua idea di comicità?
«Per me la comicità è una cosa seria. La mia idea si rifà al passato, vedo raramente film che abbiano meno di 40-50 anni e quando mi capita, non rido quasi mai. Il mio senso della risata deve essere rimasto ancorato a quel tempo».
Facendo qualche esempio cinematografico?
«Se vogliamo fare delle citazioni, alla commedia italiana degli anni Cinquanta e Sessanta, a certo cinema americano, a Tati. Mi sembra che quel tipo di comicità avesse una visione tragica. Il comico è a mio avviso quasi una sorta di filosofo, di artista che ha una visione tragica dell’esistenza e ribaltandola la mette sotto il naso dello spettatore. Uno che crea inquietudine, destabilizza. Oggi mancano i volti, i corpi. Domina l’idea del bello».
In questo senso la figura di Ciccio Mira, protagonista del film, è una scoperta.
«È un volto profondamente umano. Di un’altra Palermo, di un’altra Italia. Io lo conoscevo da una ventina d’anni, ha anche una particina nel film “Lo zio di Brooklyn”. L’ho rincontrato quando il film stava veramente in un vicolo cieco, è lui che mi ha segnalato la canzone “Vorrei conoscere Berlusconi” sulla quale poi è stato costruito il film».
Perché ha deciso di fotografarlo in bianco e nero?
«Per evidenziare il distacco tra Ciccio Mira e suoi giovani cantanti. C’è anche della malinconia in questo confronto tra un mondo che certo non era quello ideale, ma che aveva una profonda umanità, anche in quella nostalgia per la mafia che lui tira fuori, rispetto a questa generazione che non riesci nemmeno a guardare in faccia perché tutti hanno sempre gli occhi bassi sullo smartphone. Il bianco e nero diventa simbolo di questa frattura. Un mondo che migliora da certi punti di vista, ma a mio avviso peggiora da quello della relazione umana».
Da un film a un altro. Tra pochi giorni verrà presentato a Venezia il suo nuovo lavoro: “Gli uomini di questa città io non li conosco”.
«È un documentario su Franco Scaldati. Grandissimo autore teatrale che ha reinventato una lingua palermitana sublime. Attraverso il racconto della sua vita tento anche di proporre, in un mondo in cui il denaro e il narcisismo dell’apparire sono prevalenti, l’idea di un’arte che pone l'uomo al centro dell’universo. Un’arte appartata, solitaria, che non accetta compromessi con nessuna forma di potere».
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