La Nuova Sardegna

«Diritti gay, i politici più retrivi della gente»

di Costantino Cossu
«Diritti gay, i politici più retrivi della gente»

Il poeta Franco Buffoni a Seneghe con la sua raccolta “Jucci”

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SENEGHE. Una delle voci più originali e convincenti della poesia italiana contemporanea, quella di Franco Buffoni, ospite ieri sera della giornata conclusiva del festival Cabudanne de sos poetas. La sua ultima raccolta di versi, “Jucci”, pubblicata da Mondadori, ha vinto l’edizione 2015 del Premio Viareggio nella sezione poesia. Ultimo frutto, “Jucci”, di un intenso lavoro creativo. Tutti i versi di Buffoni sono stati messi insieme da un Oscar Mondadori: dalla prima raccolta “Nell’acqua degli occhi”, pubblicata da Guanda nel 1979 per impulso di Giovanni Raboni, sino a “Noi e loro”, uscito invece per Donzelli nel 2008. Ma Buffoni è anche un narratore: suoi sono i romanzi “Più luce, padre” (Sosella 2006), “Zamel” (Marcos y Marcos 2009), “Il servo di Byron” (Fazi 2012), “La casa di via Palestro” (Marcos y Marcos 2014).

Cominciamo da "Jucci", l’ultima raccolta. La storia di un amore tragico, spento solo dalla morte… Ce ne vuole tracciare la parabola?

«Jucci è un romanzo in versi. Solo dopo quattro decenni dagi eventi narrati, ho capito che potevo raccontare la storia. È vero, è una storia tragica, ambientata negli anni Settanta. Quando conobbi Jucci avevo vent’anni e lei ventotto. Questo rendeva asimmetrico il rapporto. Lei era già laureata e faceva ricerca, io ero al secondo anno di università. L'innamoramento fu profondo e reciproco, lei stava per sposarsi e mandò tutto a monte. La storia durò dieci anni. Il primo gradino verso il baratro è costituito dalla mia omosessualità. Il secondo dalla malattia che colpì Jucci e la portò a due interventi chirurgici e poi alla morte. Quest'ultimo anno di dolore rinsaldò fortemente il nostro rapporto. E il dialogo continua anche ora: nel libro tutte le parti “dette” da Jucci sono riportate in corsivo».

Il tema dei diritti degli omosessuali in un Paese di cultura cattolica come l’Italia. Lei sta lavorando a un libro intitolato “Avrei fatto la fine di Touring”. Nonostante i richiami europei, non si riesce a fare neppure uno straccio di legge. Che ne pensa?

«Una classe politica può essere più avanzata rispetto al Paese che rappresenta, oppure più arretrata. La classe politica che nel 1970 approvò la legge sul divorzio era più avanzata rispetto al paese di allora: nel 1970 solo il 48 per cento degli italiani era favorevole al divorzio. Questo dato diede luogo alla reazione clericale. Dc e Msi indissero il referendum abrogativo. Nel 1974 il popolo italiano votò per il 59 per cento a favore del divorzio. Che cosa era accaduto in quei quattro anni? Era accaduto che gli italiani avevano compreso che concedere un diritto non significa affatto doversene avvalere. Se la classe politica è più arretrata rispetto al popolo che rappresenta, ciò non può accadere. Gli esempi possono venire da due Paesi cattolici come la Spagna e la Francia, dove l’introduzione del “mariage pour tous” non ha causato alcun sovvertimento sociale».

“O Germania”, il suo libro da poco pubblicato da Interlinea, è una riflessione in versi e in prosa sul Paese che oggi, ancora una volta, sembra al centro dei destini dell'Europa intera… Un libro severo con la Germania. Perché?

«L'ex ministro degli Esteri tedesco Joschka Fischer ha detto: “Con l'attuale approccio solo economico-finanziario ai problemi politici, la Cancelleria Merkel rischia di affossare l'intera Europa per la terza volta in un secolo”. Per scrivere il mio libro ho coniugato questa affermazione a quella del primo cancelliere della Germania federale, Konrad Adenauer, che negli anni Cinquanta disse: “I tedeschi sono pecore carnivore”. Una frase da brivido, che personalmente non avrei mai osato scrivere. Il terzo punto di appoggio per la scrittura di questo libro mi è venuto da un grande poeta ebreo tedesco di inizio Ottocento, Heinreich Heine: “Se penso alla Germania di sera/Io non riesco a dormire”. Quindi nel mio libro ho soltanto cercato di mitigare il pensiero di questi tre grandi uomini tedeschi. Il mio libro è molto più tenero e comprensivo».

“Scrittori e massa”: l’ultimo Asor Rosa. Dalla massificazione e dalla conseguente insignificanza che segnano la produzione letteraria italiana da metà degli anni Novanta a oggi Asor Rosa salva soltanto la poesia. Ha ragione sulla massificazione? E ha ragione sulla poesia?

«Pur non appartenendo in toto alla corrente di pensiero a cui appartiene Asor Rosa (personalmente oggi sono piuttosto restio ad usare un termine come “masse”), mi sento di condividere il senso profondo delle sue affermazioni. Credo anch’io che la letteratura italiana dell’ultimo secolo abbia prodotto le sue opere migliori in poesia. Pensiamo soltanto a quali libri suggeriremmo di leggere a un adolescente di oggi per comprendere che cosa sono veramente state la prima e la seconda guerra mondiale. Non ricorreremmo forse a “Porto sepolto” di Ungaretti (1916) per la prima e a “Diario di Algeria” (1947) di Vittorio Sereni? A mio modo di vedere ciò è vero anche per i successivi sessant’anni. E dunque ha ragione Asor Rosa».

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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