Le immagini di Aylan e la cattiva coscienza del ricco Occidente
Scatti crudi e drammatici che hanno fatto molto discutere Un contributo al dibattito del fotografo Gianluca Vassallo
di Gianluca Vassallo
Il 3 settembre la sveglia ha suonato alla stessa ora di sempre, nel silenzio delle sette. Una carezza ai cani, l'amore che dorme ancora un po’ e il caffè pronto dalla notte prima, da accendere e basta. E mentre attendo che salga, vado fuori che da casa mia si vede il mare. La pelle di pori turgidi e gli occhi aperti appena, a verificare che sia tutto ancora fermo, tutto ancora possibile. È un tempo breve, solo mio, che dura ogni mattina quanto serve alla caffettiera a borbottare, all'odore che fa ad invadere tutto.
E poi, il 3 settembre, il caffè versato caldo, la rassegna stampa accesa in tv, tre cucchiaini di zucchero, un biscotto senza glutine, un bambino a faccia in giú sul bagnasciuga, morto di speranza, fotografato freddo. "Niente Asilo" in prima pagina sul Manifesto. La stessa foto su La Stampa.
Quella mattina il caffè non l’ho mai bevuto. S’è fatto di ghiaccio che lo giravo ancora, mentre la fotografia di Aylan invadeva ogni notiziario, ciascun luogo digitale, le case di tutti. Tutti ad interrogarsi sull'opportunità di pubblicarla mentre, ad una velocità sorprendente, una parte di quell'Italia che il giorno prima voleva che fosse il mare seppellire i disperati, prima che uccidessero qualcun altro, che iniziassero a saccheggiare le ville, sottrarre lavoro, case, sussidi, s’era fatta improvvisamente compassionevole.
Una fotografia che, per un attimo, sembrava potesse cambiare tutto.
Mi è venuto in mente Roland Barthes, che nel suo “Camera chiara” afferma che «la fotografia è vera al livello del tempo e falsa al livello della percezione» e cioè che un’immagine fotografica ratifica che quel che vediamo è accaduto realmente, in un momento dato, ma che la sua lettura è falsata dall'immaginario che su di essa poggia ciascuno di noi come individuo e ogni corpo sociale come aggregato culturale. E quella fotografia restituiva ai nostri occhi, cristiani nonostante il cattolicesimo, marxisti nonostante il comunismo, occidentali nonostante l'Occidente, l'immagine di un quotidiano che, di primo impatto, pareva sereno quanto il mio risveglio. Un bambino nella quiete del sonno che, in un istante, diventa un relitto neonato gonfio d'acqua sapida, soffocato lentamente in mare aperto, contro cui nulla hanno potuto la pelle bianchissima, i pantaloni a mezza gamba, la maglietta rossa, le scarpine allacciate.
Quella fotografia ha toccato l’immaginario dell’Europa, quello dell'Occidente, perché estetizza la morte con un cinismo inaccettabile, con una sapienza tutt’altro che innocente. Non soltanto perché i colori, i vestiti sono i nostri stessi. Ma perché non mostrandoci la faccia, ci permette di far indossare a quel corpo straziato e siriano, a quella minuscola vita mediorientale, gli occhi dei “nostri” figli, il volto delle creature di questa parte di mondo, sazie di molte più certezze di quante ciascuno di noi sappia riconoscerne, togliendo di fatto dignità a quella morte e muovendo la pancia dell’opinione pubblica, gonfia di rancore, di carezze mancate e di un’idea, mai chiarita, di mondo. La pancia, non la ragione. E neppure il cuore.
Ebbene, io non giudico in sé l'atto di documentare, attraverso la fotografia, una tragedia umana (e di civiltà) inimmaginabile come quella. Sono certo, anzi, che ciascuno dei punti di vista maturi che arrivi al mondo abbia una utilità storica determinante. Credo, però, che sia utile riflettere su quali responsabilità e quali significati questa scelta porti con sé, ovvero, riferirsi a chi leggerà le immagini, misurarne le conseguenze con sensibilità ma senza autocensure. Significa costruire una semantica dello sguardo che adotti l'oggettività. Vuol dire conoscere, anticipare, la “pancia” dell'opinione pubblica operando degli atti fotografici che non lascino alcuno spazio all'immaginario, tenendo assieme la verità del tempo e quella della percezione, contribuendo, dunque, a sgonfiare la domanda di clamore a favore di una ragione duratura. Di cuore, persino.
Il 3 settembre la sveglia è suonata all'ora di sempre. Continuerà a farlo negli anni a venire, per me e per quanti tra noi vivono in questa parte di mondo. Perché la brutalità scientifica con cui è stata costruita quell'immagine, ha in sé le ragioni perché venga dimenticata. E con lei, il nome di Aylan.
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