La Nuova Sardegna

Olbia: siamo pronti ma serve un progetto a lungo termine

di Stefania Puorro e Guido Piga
Olbia: siamo pronti ma serve un progetto a lungo termine

I parroci fanno loro l’invito pubblico di Papa Francesco Ma chiedono anche l’aiuto di tutte le istituzioni

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OLBIA. La Chiesa della Gallura è pronta ad accogliere l’invito del Papa. Il suo appello a ospitare almeno una famiglia di migranti è giudicato molto positivamente, ma i parroci invitano tutti ad assumersi, nei limiti del possibile, questo compito morale.

Il primo a sostenerlo è don Javier Aquino, parroco della chiesa di Santa Vittoria a Telti. Non è prete qualsiasi: è argentino come il Papa, e nel 1994 proprio dal Papa, allora vescovo di Buenos Aires, fu ordinato sacerdote. «Sono d’accordo con il Santo Padre – dice don Saverio, come lo chiamano a Telti –. Ma credo che il suo invito, da sempre, non sia rivolto solo alla Chiesa, ma a tutti. Il dramma dei migranti è un dramma mondiale. Noi, come Chiesa, anche in Gallura facciamo quello che possiamo, ma penso che tutti, nei limiti del possibile, debbano sentire il dovere di dare una mano».

«Quello dei migranti è un esodo biblico, che non si sa quando finirà. La Chiesa può farsene carico, ma non da sola: non si tratta e non può essere solo un problema ecclesiale, questa è un’emergenza umana di cui devono occuparsi tutte le istituzioni». Anche don Gianni Sini, parroco di Nostra Signora de La Salette, fa un discorso ampio per rispondere all’invito del Santo Padre affinché anche le parrocchie ospitino famiglie di profughi. «Le nostre porte sono spalancate, così come già accade per oltre 1000 famiglie (stranieri e non) a cui diamo assistenza attraverso la Caritas. Noi facciamo accoglienza, e possiamo sicuramente dare pane e ospitalità, ma la parrocchia da sola non può andare oltre. Le famiglie di migranti hanno bisogno di lavoro, di dignità, di certezze per il futuro, e qui devono darsi una mossa le istituzioni. Non possiamo avere “ospiti” a vita: questi ospiti che fuggono dalla guerra e dalla fame hanno bisogno di un futuro concreto».

Dello stesso parere don Sandro Serreri, cancelliere della Curia diocesana. «Non posso non essere d’accordo con l’appello di Papa Francesco, però ritengo che l’ospitalità debba essere unita a un progetto. Sì, io ti accolgo e ti do un letto, un tetto e un piatto, ma devo sapere già che tra uno o tre mesi, tanto per fare un esempio, riesco a collocare la famiglia in un’abitazione definitiva offrendole nello stesso tempo un lavoro che le darà la possibilità di pagare l’affitto. E’ la prospettiva, quella che conta. Perché siamo tutti in grado di intervenire nell’emergenza, ma è al dopo che dobbiamo pensare. La nostra diocesi non è particolarmente ricca di strutture e risorse, rispetto ad altre del nord Italia, ma nel nostro piccolo ci sono parrocchie che al di là della casa parrocchiale hanno abitazioni da mettere a disposizione, così come le hanno le famiglie religiose. Con la collaborazione delle istituzioni, insomma, l’obiettivo dovrà essere uno solo: dare libertà, autonomia, certezze e dignità a queste famiglie di migranti».

Don Giovanni Debidda, parroco della basilica di San Simplicio, non ha a disposizione locali per garantire l’ospitalità ai profughi. «Le poche stanze che abbiamo servono per l’attività parrocchiale. Ma poiché si fa tutto il bene possibile, chi ha locali deve metterli a disposizione di fronte a un’emergenza così grande. Il messaggio che vorrei lanciare, comunque, è questo: noi dobbiamo stare attenti e pensare alla persona umana, senza etichette, senza considerare le diverse culture. I migranti scappano perché soffrono, e chi è in difficoltà va aiutato».

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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