La Nuova Sardegna

“Contro l’Isis, ma anche per un mondo più giusto»

di Antonio Mannu

La resistenza di Kobane e di un popolo intero: parla Ezel Alcu, militante curda «Combattiamo per la libertà e insieme per una società democratica e pluralista»

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PORTO TORRES. Ezel Alcu ha venticinque anni, è nata e cresciuta in Turchia, a Dyarbakir, principale città del Kurdistan Bakur, che sorge lungo le rive del fiume Tigri. Ezel è curda, da anni vive in Italia ed è appena rientrata nel nostro paese dopo esser stata nel “Rojava”, il Kurdistan occidentale, territorio siriano che, dal 2012, dopo il ritiro delle forze di Damasco, è di fatto sotto amministrazione indipendente. Un territorio diviso in tre aree autonome, non contigue, denominate cantoni, uno dei quali è quello di Kobane, città simbolo della resistenza all'Isis, che in Rojava è chiamato Daish.

Ezel Alcu domenica sera ha partecipato, a Porto Torres, ad un appuntamento organizzato dal Centro sociale Pangea, un incontro di solidarietà con il popolo curdo, durante il quale sono stati raccolti fondi a favore della costruzione di una scuola, che sorgerà a Kobane e sarà intitolata ad Antonio Gramsci. A margine dell’incontro abbiamo parlato con Ezel.

In quale parte della regione sei stata e com'è la situazione attuale?

«Sono stata nella regione di Jazira, il più orientale dei tre cantoni che formano la zona sotto amministrazione autonoma. Ho fatto volontariato e accompagnato giornalisti ed attivisti italiani. La situazione è pesante, scontri armati e bombardamenti, l'odore della morte. Ma la vita continua, anche se qui in Europa si parla solo di guerra e, in particolare, di donne combattenti, un tema che sembra affascinare. Ma le donne curde combattono da anni, non solo con le armi».

Cosa si fa in concreto?

«Si lavora per la vita, per soddisfare i tanti bisogni. Mettendo in pratica il nostro nuovo paradigma, utilizzando il metodo del confederalismo democratico. Si combatte, ma al tempo stesso si creano condizioni migliori per una vita civile. Si tengono aperte le scuole, si fanno funzionare gli ospedali, dove tutti vengono curati, anche i feriti di Daish, l’Isis. Perché solo con la civiltà si sconfigge la barbarie. Abbiamo impugnato le armi perché costretti, è autodifesa. Che è un diritto e un dovere, ed uno dei principi del nostro metodo. Ma sappiamo che con le armi non si vince fino in fondo. Infatti un altro dei principi su cui si basa la nostra pratica è la creazione delle Accademie, luoghi di studio e approfondimento di temi culturali, sociali e politici. La rivoluzione non si fa in un colpo solo. E' necessario cambiare approccio e mentalità, lavorare per  costruire una società veramente democratica e attenta ai bisogni della gente».

Con quali strumenti è possibile?

«Bisogna partire dal basso, conoscere per agire correttamente. Noi partiamo dai consigli di quartiere, perché sono gli abitanti di un quartiere a conoscere in maniera concreta i propri bisogni. E pratichiamo la parità di genere e di partecipazione generazionale. Nei nostri organismi trovano posto il 50% di donne e il 50% di giovani. Questo è molto importante. La rivoluzione si fa con la testa, non con la forza. Nel Rojava attualmente vivono soltanto curdi? No, ci vivono anche turcomanni, assiri, arabi, armeni, si parlano più lingue e si praticano religioni diverse. Ma questo accade in tutta la Mesopotamia da millenni. Per questa ragione non vogliamo più uno stato nazione, con una sola lingua e una sola bandiera. Vogliamo una nazione democratica, in cui popoli diversi vivano liberi e in armonia, senza dittature o regimi, ma praticando l'autodeterminazione. Liberi dalla schiavitù, sia economica che politica e religiosa. Liberi dal capitalismo e anche dal consumismo, che impera nei paesi occidentali. O dalla schiavitù della tecnologia, che può essere molto utile, ma anche trasformarsi in una trappola. Qui in Italia, quando vedo ragazzi che stanno insieme e invece di parlare tra loro sono immersi negli schermi dei loro cellulari, magari per dire a chi è da un'altra parte “sono in tal posto e in tale compagnia”, penso che da questo modo di vivere non verrà fuori niente di buono».

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