«Vogliamo una società capace di accogliere»
Parla Andrea Segre, tra i promotori della “Marcia delle donne e degli uomini scalzi” per i migranti in programma domani
«L’appuntamento è alle 17, Piazzale Santa Maria Elisabetta. Ci toglieremo tutti le scarpe e cammineremo scalzi sino al Palazzo del Cinema». Andrea Segre, tra i promotori dell’iniziativa di solidarietà per i migranti che bussano alle porte dell’Europa, spiega il percorso di quella che è stata battezzata “La marcia delle donne e degli uomini scalzi” in programma domani. Circa quindici minuti a piedi lungo il tratto di strada che diventa l’arteria principale del Lido di Venezia durante la Mostra del cinema. L’appello, lanciato pochi giorni fa, è diventato virale trasformando l’iniziativa in una vera manifestazione nazionale. Con molte città coinvolte.
«Quando abbiamo promosso la marcia - spiega Segre - abbiamo avuto la sensazione che fosse necessario creare uno spazio per tutti coloro che in Italia non soltanto vogliono una società capace di accogliere e dialogare con questo fenomeno, ma anche per quelli che già lo stanno facendo da molti anni. Ci sono tante realtà che fanno accoglienza. Tutto un mondo che sembrava destinato a dover lavorare in silenzio, mentre le manifestazioni venivano fatte dai vari comitati del no, di protesta, che costringono il dibattito, la società in una direzione abbastanza miope. Cosa vuol dire che io non voglio i profughi nel mio Comune. Nel Comune a fianco va bene? Che vuol dire rispetto alla dimensione globale? E allora abbiamo creato questo spazio che effettivamente è stato colto da molte persone». Tra i primi firmatari Roberto Saviano, Fiorella Mannoia, Valerio Mastandrea, Jasmine Trinca, Toni Servillo, Elio Germano, Ascanio Celestini, Marco Bellocchio che hanno subito aderito all’iniziativa che vede in prima fila il regista veneto Andrea Segre, autore la cui produzione è stata in gran parte dedicata al racconto del fenomeno migratorio, sia con documentari (da “Come un uomo sulla terra” a “Mare chiuso”), sia in film di finzione (“Io sono Li”). «Sono tanti anni - sottolinea Segre - che incontro in tutta Italia due urgenze. La prima quella di chi lavora nell’accoglienza e ha bisogno di raccontare la propria realtà e confrontarsi con gli altri. La seconda è relativa al disorientamento di milioni di cittadini che continuano a fare la domanda sbagliata, cioè come si risolve questo problema. Disorientamento totale perché non è un problema esterno che dobbiamo risolvere, fa parte del corpo interno, di come abbiamo costruito il mondo. Se i cittadini di un quartiere dove non arriva l’acqua dell’acquedotto comunale protestano, è un problema del municipio non di quel quartiere».
Intanto da quando è stato lanciato l’appello, è in parte anche cambiato il quadro generale con l’apertura della Merkel ai profughi: «Siamo contenti che la Germania e altri Stati si stiano aprendo alla necessità di dare accoglienza alle richieste d'asilo, ai rifugiati - evidenzia il regista - ma facciamo una domanda molto semplice. Come si fa a raggiungere la Germania per avere rifugio? Io che vivo con la mia famiglia nel confine tra Siria e Kurdistan o in altri contesti di crisi e voglio mettere la mia famiglia al sicuro, come ci arrivo in Germania? L'unico modo è mettere a rischio la vita mia e quella dei miei familiari, pagare i trafficanti. Quindi quello che la Germania apre non è un vero corridoio umanitario. È un corridoio umanitario di sopravvissuti, di chi ha i soldi per pagare i trafficanti». Per Andrea Segre è un’apertura che sottolinea anche le mancanze rispetto alla storia recente dell'immigrazione intorno all'Europa. «Il non aver creato in nessun modo canali di migrazione e di fuga sicuri - spiega il regista - L’idea miope e fallimentare che se noi facciamo i cattivi gli altri non vengono ha prodotto la necessità poi di fare una parentesi umanitaria per chi riesce ad arrivare».
Rispetto a questo nuovo, almeno apparente cambiamento d’orizzonti che sembra portare l’apertura degli ultimi giorni, “La marcia delle donne e degli uomini scalzi”, che domani da Venezia coinvolgerà un po’ tutta l’Italia, vuole quindi sottolineare un messaggio d’attenzione. Ed essere qualcosa di più di un atto simbolico: «Spero che a chi scenderà in piazza - conclude Andrea Segre - lasci il coraggio di essere sentinelle democratiche di cambiamenti necessari».
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