L’Occidente morirà perché non sogna più
Il romanzo “Nessuno può sfrattarci dalle stelle” di Diego Cugia
DIEGO CUGIA. La notte che morì Nelson Mandela ero uno dei centoventi milioni di europei caduti in povertà. Non c’era nessun leader politico, bianco o di colore, disposto a sacrificare la vita per salvarci.
Naturalmente in Europa non esisteva l’apartheid. Non era stata promulgata una legge che imponesse la separazione fra la maggioranza di poveri e la minoranza di ricchi. Un grossista di pesce azzurro fallito aveva sempre la possibilità di unirsi in matrimonio con la figlia di un senatore milionario, però non accadeva mai. Erano i soldi, prima di un uomo e una donna, a scegliere con chi sposarsi. Ma chiunque poteva ancora accomodarsi indisturbato in una carrozza del Frecciarossa per viaggiare a trecento all’ora da Roma a Milano, purché disponesse dell’ottantina di euro del biglietto. Non vigeva altra discriminazione. Se eri ricco forse evadevi il fisco ma giravi il mondo, se non avevi i soldi del treno o da pagarti il pieno e l’autostrada, di sicuro eri povero e te ne restavi a casa.
La notte che morì Nelson Mandela non era stato ufficialmente compiuto, nel mio paese, nessun crimine contro l’umanità come in Sudafrica. A eccezione delle sempre più costose tasse universitarie, non c’era traccia di leggi che impedissero l’accesso all’istruzione per i poveri. La polizia non ci proibiva di passeggiare in aree urbane frequentate dai ricchi, anche se sedersi al tavolino a bersi una birra guardando il Pantheon o la Fontana di Trevi costava quanto un tempo assistere alla Traviata con tutta la famiglia. Ma non c’era stato vietato di andare a Milano né di entrare alla Scala.
Da noi non vigeva una legge che sancisse la discriminazione sul lavoro, a meno che non si voglia considerare un’apartheid, per ottenere un impiego, dover prima vantare l’appartenenza a un partito, alla chiesa, alla massoneria, alla mafia, o l’essere stati raccomandati come bravi ragazzi da qualche uomo di potere.
In Italia non c’era stata una rivolta popolare né avevamo messo a ferro e fuoco le città. Se restavamo senza lavoro preferivamo suicidarci che uccidere.
La notte che morì Nelson Mandela io me la ricordo, anche perché il mattino dopo sarei stato sfrattato. Da qualche anno mi ero trasferito in un casale con due cani lupo e una pecorella abbandonata al cancello dalla madre dopo il parto. In estate avevo già finito i risparmi di una vita e da sei mesi non pagavo l’affitto. Il padrone di casa mi aveva avvertito che sarebbe ritornato l’indomani mattina alle otto in punto con l’ufficiale giudiziario scortato da due poliziotti. Ma per l’ultima notte avevo ancora un letto, un camino con quattro ciocchi da ardere, i pochi mobili che non ero riuscito a vendere all’asta e tutto il cielo a mia disposizione, con tante di quelle stelle che a Roma non me le sarei neanche potute immaginare.
Quella notte non c’era un centimetro di spazio fra l’una e l’altra. Il cielo era un ombrello d’oro. Ma non mi proteggeva, perché molte stelle erano lacrime che mi piangevo addosso dalla vergogna di essermi ridotto in quello stato e nel gran luccichio di pianto e stelle mi sentivo solo e senza patria. Non mi consideravo una vittima, forse stavo diventando un poco ossessivo, questo sì, perché ripercorrevo nella mente, incessante, le tappe della mia caduta da autore di show televisivi a nullatenente, e ricominciavo punto e daccapo. Ma era successo a me e a milioni d’altri uomini e donne di tutti i mestieri, si diventa poveri in un attimo, è come un capogiro. A voi stanotte il cielo sembra uguale al solito e non ci pensate perché non vi siete accorti che quella stella particolare ieri si è spenta e adesso non c’è più.
Scoprirmi separato dal cielo, era questa l’apartheid che mi faceva maggiormente soffrire. Mi ero sempre guadagnato il pane con la fantasia e il cielo lo consideravo una seconda patria. Ma sin da piccolo, viaggiando in aereo, avevo scoperto con rammarico che le nuvole non sono abitate. Da allora avevo smesso di agitare il passaporto per farmi riconoscere dalle stelle come uno di famiglia. Sapevo che chiamare Dio è facile. Il difficile è che ti risponda e il cielo ti apra.
Mi ero ingarbugliato in questo infinito ragionamento al punto da non ritrovare il mio stesso filo né d’indovinare più il filo da cui iniziano le vite degli altri. Così non l’ho sentito bussare.
Può anche darsi, però, che avesse ragione quel bambino, che io sia sceso ad aprirgli e, non avendo visto nessuno alla mia altezza, sia tornato di sopra al computer a fissare un sito che mi aveva ipnotizzato.
Il sito raffigurava la cartina del mondo che lampeggiava intermittente da un continente all’altro, accendendo e spegnendo come stelle di un firmamento indiavolato, migliaia di nomi e città di persone nate o morte in quel preciso momento.
Birth in Cancún, Mexico. Death in Verona, Italy. Birth in Cárdenas, Cuba. Death in Tétouan, Morocco. Birth in Freising, Germany... Non si faceva in tempo a leggere per quanto era vertiginosa la frequenza delle nascite e delle morti, con le seconde sempre in leggero distacco dalle prime, mentre un display conteggiava la stima crescente della popolazione mondiale: 7.093.354.496... 497, 498, 499...
La gente veniva al mondo e se ne andava una via l’altra come patatine, al ritmo del battito di ciglia di un uomo maturo ma molto spaventato all’idea di doversi mettere in coda, l’indomani, alla mensa della Caritas.
Una sciocchezza se paragonata al panico che provai sentendomi chiamare da una vocetta a pianoterra.
«Scusami, qui sotto c’è buio, posso mettermi a leggere seduto buono accanto a te?»
© 2015 Mondadori Libri S.p.A., Milano
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