La Nuova Sardegna

“Resistenza perfetta” contro i revisionismi

di Vindice Lecis

In libreria per Feltrinelli il nuovo saggio di Giovanni De Luna «È ora di restituire i fatti alla loro esatta dimensione storica»

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«La Resistenza è stata la pagina più bella della storia italiana». Lo dice con nettezza Giovanni De Luna, storico dell’età contemporanea e autore di numerosi saggi sul Novecento. Perché forte è stata ed è, anche in occasione del suo nuovo libro «La Resistenza perfetta» (Feltrinelli, 2015) la sua vigorosa polemica (basata anzitutto sulla ricerca) contro il revisionismo storico «utilizzato nel ventennio berlusconiano nel tentativo di espungere l'antifascismo e la Resistenza dal paradigma di fondazione della nostra democrazia repubblicana».

Perché ha scritto un libro con questo titolo, “La Resistenza perfetta”?

«Perché c’è stata. Io racconto quella animata da donne e uomini nel Piemonte tra le città della pianura come Saluzzo e Pinerolo e le pendici del Montoso. A Vilar dove dopo l’8 settembre comunisti e monarchici, preti e soldati, travolsero antiche barriere ideologiche su una base chiara: uniti dalla certezza che il male stava nel passato, nei fascisti e nei nazisti mentre il bene stava nel futuro che tutti insieme si voleva costruire. Resistenza perfetta perché è quella che emerge dai documenti, non dunque una perfezione anacronistica o al contrario replica dolciastra di certi stereotipi».

Il libro mette in primo piano i personaggi di tante Resistenze.

«Si fonda su due elementi. Sulla storia e sullo spessore dei personaggi veri, come Leletta e Pompeo Colajanni raccontati nella loro dimensione esistenziale. E sulla scrittura, puntando al coinvolgimento emotivo del lettore. Perché oggi bisogna tenere il passo con agenti narrativi seduttivi, come la televisione, e dunque il racconto deve essere non esplicitamente accademico».

Eppure in Italia si fa fatica a considerare, in determinati ambienti, la Resistenza come fondativa della Repubblica puntando a metterla tra parentesi.

«Ci sono state e ci sono molte ostilità e resistenze. La destra berlusconiana ha contribuito, per ragioni politiche, alla desertificazione del rapporto col passato. E anche la sinistra ha le sue colpe. Ricordo che alle primarie del Pd di pochi anni fa i candidati nel loro Pantheon non avevano partigiani o resistenti. Inoltre non ha giovato l'accentuazione dell'enfasi celebrativa che ha allontanato le nuove generazioni e favorito l'oblio. Serve ora più storia e meno memoria».

Il revisionismo storiografico ha creato dei danni?

«Danni rilevanti. Ha appiattito la storia agli stereotipi del partigiano sanguinario e rivoluzionario, semplificando grottescamente e abituando gli italiani a un passato usa e getta. Ho scritto il libro anche di fronte al disagio legato a semplificazioni e imperfezioni e sulla rabbia, che non esisto a definire demolitoria, dei revisionisti. Dagli Anni Novanta si è originata una valanga di fango e detriti inarrestabile. Che ha dato luogo a una presunta storia fatta di aneddoti, trame, verità clamorose da gridare e rivelare. Un piccolo esempio dei danni. Nel 2001 a un test di ammissione di una facoltà universitaria, gli studenti si trovarono di fronte una domanda con risposta multipla su quanti anni avesse governato il Pci. La risposta fu trent'anni! Non di ignoranza solo si tratta ma di un luogo comune su cui la destra aveva costruito la campagna elettorale».

Nel suo libro lei dice chiaramente che alla Resistenza armata si è sostituita una Resistenza civile. E' stato un danno?

«Bisogna riconosce che senza i partigiani in armi la Resistenza civile non avrebbe avuto ragione di esistere. Tra i danni del terrorismo degli Anni Settanta c'è anche questo: costruire una categoria generica dove è precipitata anche la condanna di qualsiasi comportamento che abbia avuto a che fare con la lotta armata, indipendentemente dalle sue motivazioni. Quindi da Mazzini a Garibaldi alla Resistenza antifascista. Ho avuto modo di scrivere che in una marea di luoghi comuni hanno sguazzato le tesi revisioniste sul sangue dei vinti, sui partigiani rossi accomunati alle Br».

Bisogna restituire alla Resistenza anche la dimensione di lotta armata?

«Sì. Occorre avere consapevolezza di quei 150 mila uomini armati che senza rispondere a un ordine presero le armi contro l'esercito più potente del mondo, quello tedesco e che hanno permesso all'Italia di scrivere la pagina più bella della sua storia. Lo dico pensando anche a quello che è successo dopo: nel triennio 1945-1948 il Paese rinasce, nelle prime elezioni vota il 92% degli cittadini, viene varata la Costituzione, e i valori di salari e produzioni tornano ai livelli del 1938. Senza lo slancio della Resistenza non sarebbe stato così».

Allo stesso tempo la Resistenza perfetta è fatta anche di partiti. C’è un revisionismo nel revisionismo: ed è quello che cancella i comunisti.

«Le Brigate Garibaldi furono il 50% delle formazioni partigiane. In Italia il comunismo italiano ha voluto dire libertà dal fascismo e non dimentichiamo che, tra i 5126 condannati dal tribunale speciale, l'80% era militante del Pci. Anche gli azionisti lo riconoscevano».

Sin da dopoguerra fu forte il tentativo di demolire la Resistnza nella sua carica di trasformazione.

«Venti mesi di Resistenza furono troppi per i lutti, le durezze. Ma furono troppo pochi per poter incidere in profondità nella storia italiana. Gli elementi di continuità ci sono stati non solo negli apparati ma anche nella mentalità degli italiani».

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