In cella per pedofilia. I figli: è innocente
L’uomo sconta 9 anni per avere abusato dei suoi bambini. Ma ora sono loro a scagionarlo. Chiesta la revisione del processo
ORISTANO. Ci sono reati così abominevoli che, se viene condannato, pensi che in fondo è meglio che l’imputato li abbia commessi davvero. Perché gli errori giudiziari possono diventare orrori, si sa. E poi perché fa stare male solo immaginare l’esistenza stravolta di un innocente condannato ingiustamente, le conseguenze che vivrà dentro e fuori dal carcere, la sua disperazione, la sua sconfinata solitudine.
Per questo, un uomo che nel carcere di Bancali sta appena cominciando un lungo percorso giudiziario dall’esito incerto, può dire di avere una speranza di riabilitazione. Nel suo paese, nell’alto Oristanese, chi da 15 anni sa di che cosa era accusato sta coltivando il seme del dubbio. Anche se lui sta scontando una condanna definitiva a nove anni di reclusione per il più infame dei delitti: avere violato i propri figli. Quei figli, diventati uomini, oggi gridano a tutto il mondo: «Nostro padre è innocente». Lo hanno fatto a Brescia, la città dove hanno trascorso l’adolescenza e la prima giovinezza chiusi dentro gli istituti dove erano stati collocati dopo l’arresto del padre. Protetti nel limbo delle case famiglia in quanto presunte vittime di abusi che, però, secondo loro sarebbero stati una grande menzogna. Una catena dalla quale vogliono liberare il genitore. Un avvocato li ha ascoltati, ha accettato di chiedere la revisione del processo. Ieri la storia del presunto errore giudiziario è stata pubblicata in prima pagina dal Giornale di Brescia ed è rimbalzata in Sardegna, dove quasi tutti i protagonisti di questa storia vivono.
Il legale bresciano dell’imputato si chiama Massimiliano Battagliola e sa che il percorso per la riabilitazione sarà tortuoso. «Siamo solo all’inizio – spiega al telefono –, ma secondo me ci sono gli elementi per affrontarlo». «La revisione del processo è possibile – prosegue il legale – perché la verità storica è diversa da quella processuale». Partiamo dalla seconda.
Nella tarda primavera di quest’anno, la Corte di Cassazione ha respinto il ricorso di un uomo di 46 anni condannato a 9 anni per violenza sessuale. Il verdetto della Suprema Corte ha messo la parola fine a un processo con molti presunti carnefici e cinque bambini come presunte vittime. All’inizio della vicenda, nel 2002, insieme all’attuale condannato erano finiti sotto accusa tutti gli adulti della sua famiglia: il padre, i fratelli, le cognate. Tutti accusati dalla rispettiva moglie, nuora e cognata di avere stravolto l’innocenza dei propri figli con le armi della perversione sessuale.
La prima denuncia, quella che aveva fatto scattare l’inchiesta, era stata presentata a Brescia dalla moglie separata del protagonista. Accompagnata dai suoi figli, allora bambini, la donna aveva tratteggiato il ritratto di una famiglia mostruosa dedita alla pedofilia. Nel 2005 il castello accusatorio era crollato sotto il peso di sei assoluzioni «perché il fatto non sussiste». Solo lui, il padre dei due bambini che per primi secondo le accuse avevano subìto attenzioni sessuali, era stato condannato.
Adesso quella sentenza è passata in giudicato ed è diventata, quindi, verità processuale. Da giugno l’uomo è in carcere per scontare la pena.
La verità che solo ieri i figli hanno deciso di raccontare, invece, è molto diversa. Il padre, dicono i due giovani che oggi hanno 24 e 21 anni, è stato la vittima di una bugia perfetta che ha retto a tutti i gradi di giudizio, ma non ha resistito alla vita e agli affetti. Già da quattro anni, infatti, il padre e i figli si sono riconciliati e hanno metabolizzato insieme il lutto della separazione forzata, del processo, degli anni in istituto trascorsi dai due fratellini. Appena sono diventati maggiorenni i ragazzi sono tornati in Sardegna, dove vivono e dove credevano avrebbero potuto dimenticare, in una famiglia paterna ricostituita, quella orrenda storia della loro infanzia. Non che il processo e le condanne fossero stati dimenticati, ma per qualche motivo la famiglia pensava che la giustizia non avrebbe mai più bussato alla loro porta. Quando a giugno il padre è stato arrestato, perché deve scontare la sua pena, il maggiore dei figli ha deciso di sconvolgere un’altra volta i fragili equilibri familiari raccontando quella che sostiene essere la “vera verità”: quando era un bambino quella brutta storia delle violenze era stata inoculata, per rabbia o per vendetta, come un veleno nella sua testa e in quella di suo fratellino. Non era vero niente e tuttavia lui non aveva avuto la forza o il coraggio per ribellarsi. Ora bisogna vedere se basta questo per riscrivere anche la verità processuale.
L’avvocato Battagliola è determinato, ma sa che non sarà facile. «Presenteremo richiesta di revisione del processo – annuncia –. Ho acquisito le testimonianze e adesso sto lavorando alla rivalutazione della perizia che venne eseguita all’epoca dei fatti».
Perché i figli non hanno parlato prima, quando il processo era ancora in corso anche se alle sue ultime fasi? L’avvocato non ha una risposta ma solo ipotesi. Forse, sbagliando, i protagonisti di questa storia speravano che bastasse condividere la verità nel privato di una famiglia che aveva già tanto sofferto.
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