La Nuova Sardegna

«L’alto prezzo della libertà vince la violenza del potere»

di Roberta Sanna
«L’alto prezzo della libertà vince la violenza del potere»

Il regista, oggi a Cagliari, parla del suo film “Sangue del mio sangue”

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CAGLIARI. «La pittura è stata la mia prima vocazione. Dipingevo, ma non sono mai andato a scuola da nessuno, i miei maestri erano i grandi della pittura», racconta Marco Bellocchio, ospite oggi in città per la chiusura della mostra “Il di/segno del cinema” che, insieme alle sue, espone opere di altri maestri del cinema italiano legate ai loro film. Ma Bellocchio abbandona la pittura quando al Centro sperimentale, con l’idea di fare l’attore, matura l’idea di diventare regista.

«Sono stato quindi un pittore dilettante anche con qualcosa di buono, e poi un disegnatore di immagini che avevano come direzione i film. Erano disegni per prepararmi alla regia, però senza fare il classico story board, ma sempre dando agli schizzi, agli abbozzi, qualcosa di personale, di espressivo, che potesse in qualche modo fare riferimento alle immagini che avevo in testa. E anche l’abbozzare inquadrature, immagini dei film, non è per schematizzare, ma per cercare nel tocco, o nel disegno colorato, di scoprire qualcosa che in parte passava nelle immagini cinematografiche. Negli ultimi decenni il disegno più in generale mi ha interessato anche come passatempo… nel nostro lavoro spesso si aspetta, perché uno ha un progetto, ma ci sono delle attese lunghe».

Il regista, che oggi alle 18,30 parteciperà ai Giardini pubblici alla presentazione del catalogo della mostra, alle 21 incontrerà il pubblico al cinema Odissea per presentare il suo film “Sangue del mio sangue”, in concorso all’ultima mostra di Venezia.

«Questo film – dice Bellocchio - ha pochi giorni, però ho ricevuto una serie di risposte positive (ovviamente di solito mi chiamano solo coloro a cui è piaciuto) sono colpiti, entusiasti… Certamente è un film strano, spiazzante, però ha creato molta emozione anche in chi ha una storia biografica totalmente diversa dalla mia. È quello il discorso, l’ho potuto vedere da quanto ho sentito e letto, anche per esempio da parte di critici di testate straniere, americane, francesi: un’attenzione, un interesse che mi fa pensare che questo tipo di racconto così bizzarramente familiare ha toccato anche le loro emozioni, se no non ne avrebbero parlato bene. D’altra parte lo abbiamo imparato a scuola che l’arte deve avere un suo messaggio universale pur partendo da vicende personalissime, il gioco è quello. Per esempio ne “I pugni in tasca” si potevano riconoscere tante cose della mia vita, ma che evidentemente si allargavano ad altri, anche molto lontano dall’Italia».

A proposito de “I pugni in tasca” il film dell’esordio di cinquant’anni fa, si può fare un raffronto e cogliere una differenza tra il potere chiuso della famiglia e la visione del potere contenuta in questo recentissimo film.

«È una differenza di sguardo, che credo non sia pacificato - commenta il regista - però l’idea di annientare l’avversario, l’assassinio, porta ad esiti fallimentari, è atrocemente distruttivo, come ho raccontato anche ne “L’ora di religione” in cui il protagonista va a trovare in manicomio il fratello che ha ucciso la madre. Ma quel matricidio non libera da nulla, l’hanno insegnato anche gli antichi, con la vicenda di Oreste, anzi porta a una lunga espiazione, sensi di colpa, fantasmi. In questo senso il mio atteggiamento anche nei confronti dello stesso fatto è molto cambiato. In qualche modo la storia di “Sangue del mio sangue” si ricongiunge all’inizio in una immagine che è quella, non a caso femminile, di una donna che sa difendere con la propria identità personale e intima, e anche in modo del tutto irreale, la sua bellezza, il suo corpo. Mentre il cardinale e poi anche il conte soccombono. È come se la libertà, che costa tanto, alla fine vince sulla violenza del potere: semplificando molto, è così. Se per il protagonista de “I pugni in tasca” la conquista del potere familiare porta alla fine a morire, la ragazza in “Sangue del mio sangue” esce invece libera e va libera. È un segno opposto, è come se uscisse dalla prigione, dalla famiglia, da una serie di prigionie culturali. E questa è un’immagine che ribalta quell’ultima inquadratura del primo film. Un po’ come la passeggiata in libertà di Aldo Moro in “Buongiorno notte”, che era evidentemente un sogno, anche di tanti italiani. Quell’immagine ha colpito molto», conclude il regista. Forse perché ci fa sperare in una possibilità di libertà.

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