Riconquista del senso L’elegia e la perdita in Salvatore Mannuzzu
di Alessandro Cadoni Nel 2011 esce per Einaudi “La ragazza perduta”, riscrittura di “Dedica”, racconto d’apertura della raccolta “La figlia perduta” del 1992: un testo memorabile, annoverato da Geno...
di Alessandro Cadoni
Nel 2011 esce per Einaudi “La ragazza perduta”, riscrittura di “Dedica”, racconto d’apertura della raccolta “La figlia perduta” del 1992: un testo memorabile, annoverato da Geno Pampaloni tra i grandi esiti della narrativa breve del secolo; eppure inteso, quasi vent’anni dopo, come epicentro d’una lotta serrata dentro di sé: «Riscrivendo Dedica mi sono reso conto che quel tempo per me è finito. Quello era il tempo dell’elegia (…). C’è disperazione, ma accettata sommessamente (…). Il mio tempo di oggi non è più elegia, è tragedia». In un tale, significativo, passaggio mi preme far luce sui due termini di elegia e tragedia, intendendo il primo come tono – o nuance stilistica – e il secondo come assenza. Ecco, al di là dell’intentio auctoris (che in un autore di sfumature complesse come Mannuzzu è spesso tortuosa), si può parlare, se vogliamo intenderla così, di impossibilità alla tragedia. (Cosa c’è di più elegiaco di una simile assenza?) E, parallelamente, di persistenza dell’elegia.
Il temperamento elegiaco.
Ma cosa intendiamo, in questo contesto, per elegia? Ho parlato di tono, ma sarebbe meglio dire “temperamento”, prendendo in prestito la categoria da un interessante saggio di John B. Vickery, il quale parla appunto di «temperamento elegiaco» nella prosa a proposito di alcuni romanzieri «accomunati dal fatto di sottolineare la centralità della perdita». Veniamo dunque, in coincidenza lessicale, alla “Ragazza perduta”, per ricostruire una tappa notevolissima tra le tante dell’itinerario elegiaco di Mannuzzu. Per farlo mi appellerò a un tema, quello dell’atopia (l’angoscia per la perdita dei luoghi), che percorre in lungo e in largo le sue pagine. Pensate a queste sue parole: «La casa che invecchia, la casa che crolla, il degradarsi delle cose sono correlativi oggettivi di altro».
Atopia, o della perdita dei luoghi. Ecco, il timore e la coscienza stessa della perdita sono gli stalli da cui si dilegua e libra l’esigenza della scrittura: ciò che dunque, in primo luogo, autorizza tale scrittura come elegiaca. Anche l’oggetto della perdita risulta, alla fine, essere sempre un elemento di marca tropologica, «aliud pro alio», per dirla con una formula cara a Mannuzzu. Un esempio calzante da un episodio del racconto, quando il giovane giudice, protagonista narrante, varca per la prima volta cancello e porta di Villa Mimosa: «Fu quel pomeriggio che, dietro suo invito, tentai di aprire le persiane, riuscendoci solo in parte per i rami d’un grande pino, cresciuti a ridosso». Si tratta della stessa pianta che, nella cornice del racconto – una mise en abîme, una storia dentro un’altra storia –, la moglie del giudice ormai anziano (proprio lei, Zezi, la ragazza del titolo) vuole far estirpare: non solo le radici ma anche i suoi rami son diventati una minaccia per la villa; lui si oppone: forse vede nella pianta il riflesso del passato. In sostanza, si tratta delle radici di quel rapporto lontano, di quella strana felicità che imbeveva anche la gelosia più cieca. Rivede in esse la ragazza di allora, la ragazza perduta.
La villa in disarmo.
Tale «angoscia della perdita» tocca in senso globale il pensiero dell’autore, senza fermarsi a uno stadio di nostalgia privata, senza affondare in uno stato negativo dell’esistenza. Le case cadenti, le ville in disarmo (spesso stipate di ‘oggetti desueti’ e polverosi) sono le quinte dello spazio, prevalentemente urbano (città, non casualmente, innominata), della prosa e sono presenti a diverso livello di intensità in tutti i romanzi, da “Procedura” alle “Fate dell’inverno”, da “Snuff” sino all’apoteosi del “Catalogo”, dove Alberto abita in una grandissima villa liberty di Viale Caprera (toponomastica, al contrario, esplicita): un edificio allo sbando, dalla cancellata al giardino, ridotto a selva di battaglia tra gatti e topi. Ma leggiamo da un’intervista di poco più di un anno fa, per “Il manifesto”, a firma di Costantino Cossu: «Nella seconda metà dell’Ottocento Sassari ha saputo superare l’impasse della sua tradizionale economia agraria con l’innesto di modi di produzione industriali (…). A uscire disfatta è stata la città contadina (…), e gli orti, tutti, sono stati praticamente cancellati, per far posto ad anonimi quartieri urbani (…). E venendo ai giorni nostri, o quasi, delle villette liberty e delle successive villette déco, edificate nei primi decenni del Novecento dagli estri di una piccola borghesia laboriosa, in viali di antiche periferie, cosa rimane? I figli, o i figli dei figli, non poche volte ci hanno fatto passare sopra le ruspe». Ecco, siamo di fronte a un vero e proprio plesso del pensiero di Mannuzzu, ove si instaura un legame tra malinconia – diciamo così, nostalgia personale – e analisi socio-antropologica. Il ragionamento può essere considerato anche come passo fortemente critico verso il proprio coté d’appartenenza, la borghesia: una classe colta che, nel compimento delle rovine messe in opera da quelle ruspe, ha fallito il proprio mandato sociale.
Finis Sardiniae?
È una critica forte, ma tutt’altro che in senso passatista, anche verso i modelli della globalizzazione che hanno investito tutta una terra, la Sardegna, senza seccare le radici ma rendendole, di fatto, inerti. Il rimando obbligato è a “Finis Sardiniae” (1998), un saggio decisivo nell’itinerario del Mannuzzu intellettuale. Un saggio che si apre e chiude con la stessa immagine potente: una serie di vagoni merci, istoriati di simboli inquietanti, fermi, per anni, sui binari che dalla piccola stazione di Golfo Aranci continuano verso la riserva naturale di Capo Figari, nei pressi di Cala Moresca. Che, adesso, quei treni siano scomparsi e che a Golfo Aranci non dimorino più rifiuti industriali tossici, ma sirene e babbi natale (il gusto del tempo, evidentemente!), poco importa: perché il problema si ripropone attuale altrove (e la bella intervista del 2014 passa da quelle parti). Ma ecco la chiusa di “Finis Sardiniae”: «Per quanto rimarranno fermi, a dormire nella sera di Cala Moresca, quei carri ferroviari con il loro silenzioso carico di rifiuti tossici? Il dente della storia è davvero più velenoso di quanto si possa pensare – anche alla lettera. Dormono, quei carri, e sembra dormire la Sardegna: sognando se stessa. Così torna in mente la Lettera agli ebrei. Ma davvero una patria è possibile? (Forse solo se si rientra nel cerchio magico delle cose, se si impara a rinominarle, a una a una; se proviamo tutti insieme a ridare un senso a quel che accade)».
Riconquista del senso.
Elegia da intendersi dunque come amara costatazione della perdita del senso; ma ricordate Giobbe, la cui ostinata attesa di fronte al silenzio di Dio ispira a Mannuzzu uno dei suoi scritti più conflittuali, d’una conflittualità autenticamente conoscitiva: elegia, dunque, come strenua lotta per la riconquista del senso.
Non lasciare decidere l'algoritmo:
scegli La Nuova Sardegna per le tue notizie su Google
