Sorpresa al “Premio Dessì” Vincono Torchio e Ulbar
La giuria sceglie due giovani letterati. Ieri sera la cerimonia in paese
VILLACIDRO. Maurizio Torchio con «Cattivi» (Einaudi), per la Narrativa, e Mariagiorgia Ulbar con «Gli eroi sono gli eroi» (Marcos y Marcos), per la Poesia, sono i vincitori del Premio «Giuseppe Dessì». Vanno ad affiancarsi a Piera Degli Esposti, insignita del Premio speciale della giuria, e Vinicio Capossela, Premio speciale della fondazione. I vincitori sono stati incoronati ieri sera nel paese natale di Dessì, nella cerimonia di proclamazione e premiazione presentata da Natascha Lusenti, con gli intermezzi musicali della cantante jazz Francesca Corrias.
Letteratura e musica: è sulle infinite loro possibilità d'incontro che si è consumata così la trentesima edizione del Premio Dessì. Eugenio Finardi, Giovanni Lindo Ferretti, Teresa De Sio, Danilo Rea, Moni Ovadia, ma anche “Faber in Sardegna”, il film di Gianfranco Cabiddu dedicato a De André, hanno declinato il tema dell'incontro fecondo delle lettere con le arti sceniche. La risposta è stata immediata, e a completare gli incontri con poeti e scrittori finalisti, è arrivato il pubblico di reading e concerti, meno paludato, ma più allegro.
Nello stesso sentimento s'inseriscono i premi che la Giuria ha attribuito a Capossela e a degli Esposti. Del cantautore la Fondazione ha apprezzato la capacità di fondere «emozioni e suggestioni letterarie e cinematografiche (...) nella produzione musicale che raggiunge livelli di eccezionale completezza e sintesi» ma anche «la capacità di valorizzare e ispirarsi a tradizioni musicali autentiche e spesso ritenute marginali. E comunque minoritarie». Il premio a Piera degli Esposti è un tributo alla carriera e alla coerenza dell'attrice che ha lavorato con Bellocchio, Ferreri, Gregoretti, Moretti, Pasolini, i Taviani, Tornatore, Wertmüller. Il premio per acclamazione unanime afferma che «Sempre acuta è stata la sua attenzione per l’aspetto letterario dei testi, dalle rappresentazioni giovanili di Shakespeare, D’Annunzio, Ibsen, Brecht…, agli audiolibri degli ultimi anni. (…) Le sue regie e interpretazioni uniscono alla lucidità della lettura una singolare di forza di contestazione, una rabbia dissacrante che diviene ipso facto atto politico».
E in certo modo politico può essere considerato il premio Dessì per la Narrativa attribuito a Maurizio Torchio per il romanzo “Cattivi”, edito da Einaudi. L'originalità del tema: la detenzione, e dello sguardo proprio dell'ergastolano, hanno convinto la giuria a premiare questa “grammatica della detenzione”. «La cella è lunga quattro passi e larga un paio di braccia distese. Se mi alzo in punta di piedi tocco il soffitto. E’ uno spazio a misura d’uomo. A misura mia. L’isolamento è la prigione della prigione. Perché ogni posto deve avere una prigione. Se sei già all’ospedale e ti senti male, cosa fanno? Ti mettono in terapia intensiva, che è l’ospedale dell’ospedale. Se sei in prigione e vogliono punirti è uguale: deve esserci qualcosa. Deve esserci sempre qualcosa da togliere, altrimenti tutto si ferma».
«A Torchio – hanno sottolineato i giurati - non interessano i fatti, pochi ed essenziali, che racconta, quanto invece il linguaggio e l’epistemologia del narrare, fondata sul progressivo restringimento degli spazi, su una claustrofobica verticalizzazione di atti e rapporti». Per la poesia il Dessì ha scelto Mariagiorgia Ulbar, poetessa abruzzese, autrice della raccolta “Gli eroi sono gli eroi”, pubblicato da Marcos y Marcos. Insegnante di lingua e traduttrice la Ulbar ha pubblicato anche “I fiori dolci e le foglie velenose” (2012), una selezione di testi, “Su pietre tagliate e smosse”, all'interno dell'Undicesimo Quaderno di poesia contemporanea (2012). La giuria segnala che «la sequenza dei testi rappresenta un moto continuo in direzione orizzontale e verticale, lungo una dimensione spaziale e temporale con continue soste 'spaesate' e inquiete su confini in cui sembra giocarsi la scommessa della conoscenza, dell'estasi e della caduta».
E segnala alla fine del libro il poemetto “Mio padre era un re”: «vertiginosa ricognizione, con il senno del poi, di un segmento di vita, dall'infanzia all'età adulta, alla ricerca di un senso che ricomponga nella lingua e nel racconto le macerie dell'esperienza. Un racconto in versi indispensabile agli individui e alle comunità perché «con ordine non procede la memoria, ma procederà la lingua, l'alfabeto».
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