Sassari, la squadra di calcio dei profughi sfida il razzismo
Il 4 ottobre l’esordio in Seconda categoria del Pagi, l’unica formazione in Italia composta da richiedenti asilo
SASSARI. Scampato prima a una tremenda faida tribale nell’Africa subsahariana e poi a una morte atroce nel Mediterraneo, Andrew Orobosa, vent’anni appena compiuti, ha capito che la vita gli stava concedendo un’altra chance soltanto al quinto minuto del secondo tempo di un’amichevole giocata sabato scorso su un campo polveroso dell’hinterland sassarese. Dopo un calcio d’angolo, il terzino della squadra avversaria ha spazzato via il pallone per liberare l’area di rigore, e lui con gli occhi chiusi ha colpito al volo da 25 metri facendo gol all’incrocio dei pali.
È stata la prima rete - e che rete - segnata dal Pagi, la squadra sassarese composta esclusivamente da cittadini stranieri che hanno richiesto protezione internazionale. L’unica formazione di profughi in Italia a essere regolarmente iscritta a un campionato regionale della Figc (nel caso specifico la Seconda Categoria, che parte il prossimo 4 ottobre).
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E questo grazie a un nullaosta concesso l’altro ieri dal presidente della Federcalcio Carlo Tavecchio - lo stesso che poco più di un anno fa era stato accusato di razzismo per una clamorosa gaffe sui giocatori africani e le banane -, il quale ha eccezionalmente allargato le “quote” di extracomunitari previste dal Coni, considerando residenti nel territorio nazionale anche gli atleti richiedenti asilo.
«Questa iniziativa ci riempie di orgoglio», commenta Andrea Delpin, presidente per la Sardegna della Lega dilettanti.
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E ha ragione: il tesseramento dei calciatori del Pagi è così innovativo che anticipa persino la proposta di legge del deputato del Pd Filippo Fossati. Ma soprattutto arriva quando Marco Facchinotti, sindaco leghista di Mortara (in provincia di Pavia), ha negato a una squadra amatoriale di migranti l’utilizzo del campo sportivo di proprietà del Comune.
La società sportiva Pagi prende il nome della cooperativa che gestisce a Sassari il “centro di accoglienza per migranti” di Predda Niedda. Tanto è vero che i vertici sociali coincidono: il presidente è Pierpaolo Cermelli e il vice è Fabiana Denurra, che partecipa con enfasi a quasi tutti gli allenamenti e che tutti i giocatori chiamano affettuosamente “Mami”.
Sono loro due che hanno scelto i colori delle maglie: gialloblù per le partite in casa, azzurro savoia (quello dell’Italia) per le trasferte. «Tutti questi ragazzi - racconta Cermelli - hanno alle spalle vicende terrificanti e per loro impegnarsi in un’attività sportiva significa non soltanto cacciare i pensieri più tristi, ma anche intravedere un futuro d’integrazione».
L’allenatore è Mauro Fanti, ex portiere, che può contare sull’assistenza tecnica di William Saba e su quella linguistica di Jallow Aladje. «Sono felice di partecipare a una simile esperienza - rivela il Mister -, non m’interessa se prima di vedere dei risultati in campo ci sarà da lavorare sodo: alcuni di questi giovani, età media ventitrè anni, sino a qualche giorno fa giocavano a piedi nudi sull’asfalto, e quando abbiamo iniziato le prime partitelle molti di loro correvano dietro alla palla come fanno i bambini».
Ogni allenamento è però una piccola finale dei Mondiali. «Hanno un entusiasmo commovente - ammette Fabiana Denurra -, quando abbiamo consegnato loro il kit con maglietta, pantaloncini e scarpette sono impazziti dalla gioia».
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