La Nuova Sardegna

Torpè, un fiume di fango Evacuate 35 famiglie

di Paolo Merlini
Torpè, un fiume di fango Evacuate 35 famiglie

Gli abitanti temevano l’esondazione della diga, come accaduto due anni fa Ma stavolta l’acqua è arrivata da due piccoli torrenti a monte dell’abitato

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Il pericolo da cui guardarsi le spalle oggi non è la diga di Maccheronis che nel novembre di due anni fa rovesciò sul paese milioni di metri cubi d’acqua e provocò la morte di una donna disabile. Il fango che da mercoledì sera si riversa sul paese, a seconda dell’intensità della pioggia, arriva da Monte Nurres, e trasforma due torrenti poco più che asciutti d’estate in fiumi dalla portata inimmaginabile. Ad aggravare la situazione i due canali tombati situati nella parte alta del paese, che si sono rivelati da subito insufficienti per far defluire l’enorme flusso di acqua che si è creato. Bene ha fatto il sindaco Omar Cabras, che di professione fa l’architetto, a ordinare che i canali venissero scoperchiati con le ruspe, così che l’acqua potesse scorrere liberamente e non diventassero bombe pronte ad esplodere. Ieri mattina, dopo una pausa del maltempo che si è rivelata provvidenziale per dar modo ai mezzi di soccorso di ripulire le strade dal fango, la pioggia ha ripreso a cadere a partire dal pomeriggio. C’è apprensione a Torpè più che paura, soprattutto perché gli abitanti del paese baroniese si sono sentiti ancora una volta impotenti e vulnerabili di fronte a un evento climatico sia pure annunciato da giorni.

La macchina della protezione civile stavolta ha funzionato al meglio, gli argini del rio Posada ricostruiti dopo l’alluvione del 2013 hanno tenuto. Dalla mattinata di mercoledì il sindaco aveva disposto l’evacuazione delle abitazioni di 35 famiglie, per la maggior parte dei casi non in regola con le norme sulla protezione civile. Una famiglia è rimasta isolata, ma non corre pericolo. «Il problema più urgente da risolvere riguarda i canali tombati – dice il sindaco Cabras –. Il Comune ha chiesto da tempo alla Regione i finanziamenti per poterli eliminare e realizzare vie di scolo meno pericolose, ma i fondi non ci sono». Quanto serve per metterli in sicurezza? «In paese ne abbiamo due, che si sviluppano per sette-ottocento metri ciascuno. Un intervento tutto sommato limitato, dunque, da alcuni milioni di euro, non più di quattro».

Due anni fa era stata la diga a portare distruzione e morte a Torpé. I lavori erano interrotti da tempo per un contenzioso tra l’ente appaltante, il Consorzio di Bonifica della Sardegna centrale, e l’impresa Maltauro, che aveva fatto parlare di sé per le inchieste sulla corruzione nelle grandi opere del nord Italia. Un fiume di fango aveva superato l’argine destro del rio Posada e si era abbattuto sul paese. A farne le spese erano stati soprattutto gli abitanti delle case costruite, in modo davvero incauto, quasi a ridosso del letto del fiume. Maria Frigiolini abitava con la figlia e il genero in una di queste. L’anziana donna era ammalata e da tempo non poteva più muoversi. La marea di fango l’aveva travolta mentre si trovava nel suo letto.

Cos’è cambiato da allora a oggi? Il completamento della diga dovrebbe essere riappaltato il prossimo anno. Ma il condizionale come sempre è d’obbligo.

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