Alluvione a Olbia, la Procura preleva documenti
Il pm passa al setaccio le carte del ponte sul rio Siligheddu. E la polizia locale usa un drone per controllare il fiume
OLBIA. Mentre i droni con telecamere ad altissima definizione filmavano il canale di Rio Siligheddu e il ponte demolito di Via Vittorio Veneto, la polizia giudiziaria della procura della Repubblica acquisiva, in Comune, gli atti e la documentazione relativa alla alluvione del due ottobre. L’inchiesta avviata dal capo della procura gallurese Domenico Fiordalisi comincia dunque a prendere corpo, anche se resta confinata ad “atti relativi”, un fascicolo processuale affidato al sostituto procuratore della Repubblica Angelo Beccu.
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Questa mattina ci sarà un primo incontro tra gli investigatori e i magistrati inquirenti, che servirà per fare il punto sullo stato dell’arte al momento attuale. Tra i punti più enigmatici della nuova indagine c’è il faldone relativo al ponte sul Rio Siligheddu della vecchia statale 127, un manufatto in granito realizzato nel 1922 dalla regia azienda autonoma della strada. L’arteria di seconda categoria collegava (e collega) le città della provincia. La Sassari-Tempio-Olbia restò tale sino alla fine degli anni Sessanta, quando Olbia cominciò a espandersi inglobando, nel tessuto urbano, anche il vecchio ponte sul Siligheddu.
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Un ponte a tre arcate che costituì uno degli intoppi maggiori durante la disastrosa alluvione del 18 novembre 2013, quando il canale straripò a monte sommergendo di acqua e fango i quartieri di Isticadeddu e Bandinu. Un tappo che l’amministrazione comunale guidata da Gianni Giovannelli, due giorni dopo il luttuoso passaggio del Ciclone Cleopatra, chiese di demolire con provvedimento di urgenza previsto e attuabile dal comitato di emergenza presieduto dal capo della protezione civile regionale. Una richiesta, quella dell’amministrazione comunale, formalizzata con una missiva indirizzata al commissario straordinario per l’emergenza (l’allora capo della protezione civile Giorgio Cicalò) e alla presidenza del consiglio dei ministri. Una missiva che rimase lettera morta ma che venne riproposta, pochi mesi più tardi, con allegata una perizia tecnica disposta dall’amministrazione comunale di Olbia.
Perizia che dichiarava pericolose le campate in granito per le quali si rilevava l’esigenza «di demolire e ricostruire il ponte posto in corrispondenza di corso Vittorio Veneto, infatti le tre arcate esistenti non sono state in grado di contenere i livelli idrici, i quali si sono innalzati scavalcando la struttura e distruggendo il rilevato stradale adiacente. Si prevede inoltre il rifacimento di altri sedici ponti...». Un documento (anche questo consegnato ieri alla magistratura, n.d.r.), che metteva in risalto la pericolosità di quel ponte in caso di una nuova alluvione, com’è puntualmente avvenuto.
Cessata la fase emergenziale, e quindi la possibilità di agire con procedura d’urgenza, la patata bollente il sindaco di Olbia la mise nella mani della Regione e del ministero delle infrastrutture, ricordando loro la pericolosità di quel manufatto. Che, nel frattempo aveva creato (dopo che la protezione civile aveva rifatto l’asfalto, portato via dalla piena) un ulteriore pericolo, dovuto al passaggio dei pedoni. La decisione di dotare di una passerella pedonale il ponte fu intrapresa dal settore tecnico e dell’ambiente del Comune, per evitare che i pedoni, tra i quali moltissimi scolari e studenti diretti alle vicine scuole elementari e media, fossero a contatto con l’intenso traffico automobilistico. La burocrazia lasciò intatto il ponte, abbattuto il 2 ottobre con provvedimento d’urgenza.
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