La Nuova Sardegna

Floris: «Si faceva così dal 1957»

di Mauro Lissia
Floris: «Si faceva così dal 1957»

Fondi ai gruppi, dichiarazioni spontanee da sei imputati di peculato aggravato

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CAGLIARI. I fondi per i gruppi regionali? «Le norme risalgono al 1957, quasi sessant’anni fa. La delibera del 1993 non ha introdotto una nuova disciplina, le regole sono sempre le stesse»: parole di Mario Floris, che si è presentato al tribunale come «decano del consiglio regionale» e ha annunciato di voler fornire «elementi per il giudizio» ancorati a «una realtà inconfutabile». L’ex presidente della giunta e del consiglio regionale ha evitato l’esame in contraddittorio col pubblico ministero Marco Cocco, esattamente come altri undici dei quattordici onorevoli ed ex onorevoli rimasti nel processo principale. Si è limitato a illustrare con la precisione del politico di lungo corso la filiera di leggi che ha regolato negli anni l’assegnazione e l’uso dei fondi destinati alle attività dei gruppi. Regole chiare, secondo Floris, che lui e gli altri consiglieri hanno applicato in buona fede: «Non sono in grado di valutare la bontà delle norme - ha spiegato l’esponente dell’Uds - ma posso assicurare che non le ho mai messe in dubbio, per me l’uso che si è fatto di quei fondi era regolare perché si faceva così da sessant’anni e nessuno aveva mai manifestato perplessità». Accusato di peculato aggravato per l’uso improprio di 129.511 euro tra il 2004 e il 2009, Floris ha difeso se stesso e gli altri: «Non c’è mai stato l’obbligo di rendicontare le spese dei gruppi, comunque posso garantire che non ho mai impiegato un euro se non per ragioni istituzionali». La socialista Maria Grazia Caligaris si è invece definita «consigliera per caso» e ha spiegato perché: «Serviva una donna dello Sdi da inserire nel listino bloccato, dove Soru voleva solo esponenti del mondo femminile. Non ero iscritta allo Sdi - ha aggiunto Caligaris, sotto accusa per 139.691 euro - e rimasi perplessa quando mi proposero la candidatura a un giorno dalla chiusura della lista. Messa alle strette, accettai». Accettò, ma «senza alcuna preparazione specifica». Ad aiutarla - ha riferito ai giudici - fu il giornalista Gianni Massa «che non era certo il mio portaborse». Superato un momento di commozione - Massa è scomparso di recente - Caligaris ha spiegato come fosse lui a guidarla nei meandri della politica regionale: «Non sapevo neppure che avrei potuto fargli un contratto». In chiusura delle dichiarazione spontanee l’ex onorevole socialista ha preso le distanze dal capo d’imputazione: «Non posso accettare accuse così gravi, sono innocente».

Lunghissimo e a tratti estenuante l’intervento di Pierangelo Masia, che dopo aver chiarito di non aver speso i 78922 euro di cui deve rispondere per fini privati, ha spiegato che le somme depositate sul suo conto dal segretario del gruppo misto Angelo Sanna sono rimaste dov’erano: «Mai preso un euro». Masia si è poi addentrato in una complessa illustrazione dei conti correnti e dei passaggi di denaro da un conto all’altro («sono sempre rimaste somme importanti») per affermare - ed è stata una sorpresa - che coi soldi del gruppo ha finito per finanziare anche la propria campagna elettorale per il Parlamento. Si è trattato - ha detto ancora Masia - sempre di spese per attività istituzionali: «Non mi sento un ladro, non ho commesso alcun reato». Subito dopo ha preso la parola, sempre in assenza di contraddittorio, il socialista Raffaele Farigu (la contestazione è per 74366 euro) che ha nella sostanza seguito la linea difensiva di Mario Floris: «La delibera del 1993 stabiliva che non c’era obbligo di rendicontare le spese del gruppo, nessun giustificativo. Mi sono informato, ho chiesto a Floris che era presidente della Regione quando la delibera venne approvata. Nessuno mi ha mai detto che ci fosse qualcosa di irregolare, io mi sono limitato a rispettare la legge e ho speso quei fondi per garantire la mia presenza ovunque venissero trattati temi sociali e i problemi dei non vedenti». Il socialista Raimondo Ibba si è presentato davanti al tribunale presieduto da Mauro Grandesso con un faldone di documenti, raccolti per documentare le spese contestate con l’imputazione di peculato aggravato (135.185 euro). Subito un riferimento al segretario del gruppo misto Angelo Sanna, indagato per due fatti di peculato nel procedimento-bis: «Era lui che mi portava gli assegni in ufficio, con quei soldi io pagavo i miei collaboratori». Quando Ibba chiese a Sanna se servissero pezze giustificative - ha riferito al tribunale l’esponente socialista - la risposta sarebbe stata: «No, non servono, le tenga lei». Così Ibba conservò fatture e scontrini, ma non per sempre: «Dopo alcuni anni ho buttato via tutto, poi ho cercato di ricostruire le spese. Concluse le dichiarazioni spontanee, il 14 dicembre saranno esaminati Oscar Cherchi e Salvatore Amadu, i soli che hanno scelto di affrontare le domande del pm Cocco. All’udienza successiva dovrebbe aprirsi la discussione.

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