La Nuova Sardegna

La crisi non si ferma, nell’isola riparte la protesta

di Silvia Sanna
La crisi non si ferma, nell’isola riparte la protesta

Dalla grande distribuzione al comparto trasporti: tante le vertenze aperte Il caso del colosso Cedi Sigma, quasi tremila buste paga a rischio

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SASSARI. Dietro la cassa di un supermercato, sul ponte di un traghetto o giù, nel buio di un pozzo dove l’attesa diventa un tempo infinito. La paura unisce. È quella di ritrovarsi senza lavoro e senza dignità. Nell’isola delle mille proteste, degli operai dell’industria che hanno occupato piazze, aeroporti e persino l’isola dell’Asinara, è ancora emergenza. Tante vertenze aperte, alcune appena all’inizio, altre che sembrano arrivate al capolinea, dopo anni di tentativi andati a vuoto. Sono i lavoratori a tenerle vive. Quelli che il cartellino lo timbrano ancora tutti i giorni ma vedono vacillare le loro certezze. E quelli che invece sono già precipitati in quel purgatorio che passa per mobilità e cassa integrazione ma che all’inferno non vogliono finire.

L’ultima bomba a orologeria riguarda la grande distribuzione alimentare. Dopo l’annuncio di 53 licenziamenti, tra Sassari e a Cagliari, all’Auchan, ora è il gruppo Sigma, che poco meno di un anno fa ha inglobato il marchio Sisa e i suoi 130 supermercati, a navigare in acque agitate. E in mezzo al mare rischia di finire un esercito di dipendenti che sino a qualche mese fa sfiorava le 3mila unità, tra comparto commercio, trasporti e amministrativi. Per l’isola la crisi del colosso alimentare sarebbe una mazzata. I punti vendita a marchio Sigma del Cagliaritano, 21 nel periodo d’oro, hanno chiuso. A Sassari pochi giorni fa si è arreso il megastore a due passi dalla zona industriale, inaugurato in pompa magna a marzo dall’amministratore delegato di Cedi Sardegna Rinaldo Carta. Al centro di distribuzione di Codrongianos sono già arrivate le lettere di licenziamento, i dipendenti presidiano l’ingresso dello stabilimento.

Hanno occupato il municipio, i traghetti e persino il campanile i marittimi della Saremar. Sono 167, distribuiti tra La Maddalena e Carloforte. Per loro la deadline è già stata fissata: è il 31 dicembre, quando la compagnia cesserà di esistere, ufficialmente fallita, e per loro scatterà il licenziamento. Ma nessuno vuole affondare, soprattutto perché fino a poco tempo la Saremar navigava verso le isole minori con i bilanci in attivo. Poi la politica ha fatto precipitare i conti in profondo rosso. L’assessore ai Trasporti Massimo Deiana getta la ciambella ai lavoratori: dice che chi subentrerà alla Saremar dovrà farsi carico anche del personale. E garanzie ha offerto l’assessore all’Industria Maria Grazia Piras ai minatori di Olmedo. Trentacinque in tutto, 10 di loro da una settimana difendono il loro lavoro sotto terra, a -180 metri. Il loro futuro prossimo è la cassa integrazione, per cinque mesi almeno dovranno stare lontani dalla bauxite. Fino ad aprile nessuno di loro l’avrebbe mai immaginato: la miniera è in attivo, l’attività stava andando a gonfie vele ma da un giorno all’altro l’azienda titolare della concessione mineraria ha deciso di chiudere.

Molto più complesso il discorso su Porto Torres. Simbolo della morte dell’industria, della chimica di base. E simbolo delle proteste operaie, insieme a Portovesme, altro presidio industriale in declino. Per Porto Torres il futuro è stato tracciato. Da regno dell’industria a oasi della chimica verde. Ma il piano stenta a decollare. Gli operai sono diffidenti, anche perché tanti sono già rimasti a spasso. Da ieri la loro protesta, sopita per più di un anno, è riesplosa. Si ricomincia, per il lavoro, per la dignità.

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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