Una donna in bilico tra passato e presente
«Elisabetta regina d’Inghilterra» ha aperto la stagione lirica
SASSARI. Positiva accoglienza – al Teatro Comunale – per l’opera di apertura della 72° stagione lirica del De Carolis, che ha preso l’avvio con il dramma in due atti «Elisabetta regina d’Inghilterra», basato su libretto di Giovanni Schmidt: opera ideata da un giovanissimo Rossini per il suo debutto napoletano.
Una delle ragioni dell’odierna scarsa circolazione dell’Elisabetta risiede, certamente, nell’inconsueto accostamento dei ruoli vocali: due tenori, un mezzosoprano ed un soprano. Dunque due primedonne e due antagonisti maschili, che si affrontano a suon di colorature in un tripudio di invenzione melodica e anche di insidie vocali di ogni tipo. Non a caso il dramma venne pensato per un cast di interpreti di prim’ordine, che solo il grande impresario Barbaja poteva assemblare: Isabella Colbran (Elisabetta), Andrea Nozzari (Leicester) Manuel Garcia (Norfolc) e Girolama Dardanelli (Matilde). E proprio nel versante vocale risiedeva il punto di forza dell’allestimento sassarese. Il cast era capitanato da un’ottima Silvia Della Benetta, che delinea una regina autorevolissima grazie ad un eccellente disimpegno sia nelle agilità che nel canto spianato, oltre che nei recitativi. Alessandro Liberatore e Sandra Pastrana sono due grandi professionisti che mettono ben a fuoco rispettivamente i personaggi di Leicester e di Matilde. Padroneggia invece molto bene sul piano delle agilità il ruolo di Norfolc il tenore spagnolo David Alegret, ma la sua voce un po’ debole e sbiancata fa perdere di vigore al personaggio. Adeguati infine Néstor Losàn (Guglielmo) e Olesya Berman Chuprinova (Enrico).
Il regista Marco Spada ha trasportato la vicenda nel XX secolo, ma la chiave di lettura in realtà punta su una continua oscillazione tra passato e presente, che ha il suo culmine nel momento in cui – alla fine dell’opera – l’Elisabetta “moderna” veste un sontuoso abito regale cinquecentesco calato magicamente dall’alto. Si tratta dell’unica idea di una qualche originalità e forza espressiva, a dire il vero.
Per il resto è un festa di scontati armamentari iconografici anglo-scozzesi: gli uomini d’affari della City in valigetta e bombetta, il continuo vai e vieni delle guardie di Buckingham Palace , un po’ di gioventù punk, kilt e cornamuse, e un impianto scenico (di Mario Tinti) dominato stucchevolmente dai colori della bandiera inglese. Anemica la direzione di Federico Ferri, troppo rigida ma allo stesso tempo poco incisiva, incurante della ricchezza dinamica e delle raffinatezze strumentali che Rossini ha riservato a questa partitura. Ottima invece ancora una volta la prova dell’Orchestra dell’Ente, e apprezzabile quella del coro istruito con cura da Antonio Costa.
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