Detenuto cileno si toglie la vita a Uta
UTA. Ci avevano già provato in sedici da quando è stato aperto, poco più di dieci mesi fa, l’ultimo tentativo di suicidio sventato nel nuovo carcere di Uta risale a lunedì, quando un detenuto aveva...
UTA. Ci avevano già provato in sedici da quando è stato aperto, poco più di dieci mesi fa, l’ultimo tentativo di suicidio sventato nel nuovo carcere di Uta risale a lunedì, quando un detenuto aveva provato a togliersi la vita ingerendo un micidiale cocktail di farmaci.
Ieri il tentativo è riuscito: un detenuto si è suicidato impiccandosi in infermeria. Aveva 40 anni ed era originario del Cile. È morto ieri pomeriggio nel reparto rianimazione dell’ospedale Santissima Trinità di Cagliari, dove era stato trasportato mercoledì sera dopo essersi impiccato nella camera a lui assegnata nel Centro diagnostico terapeutico della nuova struttura carceraria di Macchiareddu, venti chilometri da Cagliari. Si è rivelato quindi inutile il soccorso prestato tempestivamente dal personale medico e paramedico dell’istituto di pena appena ci si è accorti di quanto messo in atto dal recluso. Inizialmente aveva riacquistato alcuni parametri vitali ed era stato portato al pronto soccorso dell’ospedale Santissima Trinità di Cagliari, dove ieri poco dopo le 14,30 ha cessato di vivere. Da particolari emersi dall’interno della struttura carceraria, non c’erano stati segnali che potessero far presagire un forte disagio dell’uomo, recentemente oggetto di un nuovo provvedimento di cautelare dopo essersi allontanato da una comunità di recupero per tossicodipendenti dell’isola a cui era stato affidato. «Quanto accaduto confermano le continue difficoltà che si registrano nel carcere di Uta – sostiene il coordinatore regionale della F.P Cgil Polizia pe-nitenziaria, Sandro Atzeni - . Problematiche che vanno ricercate in primo luogo dall’insufficiente presenza di personale sia di custodia a quella di esperti, quali psichiatri e psicologi. Ma anche in quelle evidenti falle che il sistema carcerario evidenzia, trascinate evidentemente da scelte azzarda-te della stessa società civile». Le accuse del sindacalista non si fermano qui: «Aver costruito un istituto di pena in un desolante contesto quasi al confine del mondo – evidenzia Sandro Atzeni - non ha senz’altro favorito la diminuzione del disagio da parte dei reclusi e dei loro familiari. Problematicità che poi devono affrontare tutte le persone che vi operano, in un territorio distante dalla civiltà e da quelle strutture di prima necessità come gli stessi ospedali». In poco più di dieci mesi da quando sono stati trasferiti i reclusi del vecchio carcere di Buoncammino a Cagliari, nel penitenziario di Uta ci sono stati circa 250 casi di autolesionismo, 16 detenuti hanno tentato il suicidio e sono stati salvati i dagli agenti, 26 risse, 63 aggressioni al personale di sor-veglianza, 7 scioperi della fame collettivi. Accanto alla carenza di agenti (319 su una pianta organica di 445) esiste – come più volte denunciato dai sindacati di Polizia penitenziaria - un problema di comando di reparto e di provveditore non in pianta stabile.
Non lasciare decidere l'algoritmo:
scegli La Nuova Sardegna per le tue notizie su Google