Centro e comunità locali Non è più tempo di deleghe
La vicenda del processo al narratore ha messo in evidenza il cuore di un confronto molto aspro attorno al potere di decidere il futuro
La vicenda del processo a Erri De Luca, con le sue implicazioni di libertà di opinione e di funzione degli intellettuali, mi pare farsi più importante se la si riconduce alla vicenda, da cui nasce, di una valle alpina alle prese con l'alta velocità ferroviaria. Se cioè si guarda ad alcuni aspetti delle culture locali messi in gioco, finora non considerati quanto meritano. Le esigenze e i saperi locali in questi casi appaiono, in Italia, più o meno sottomessi e privi di autorità rispetto ai sistemi di sapere compresenti ed egemoni, i quali li giudicano meno capaci di progetto, di strategie economiche di lunga gittata, confinati nel loro uso tradizionale di nicchie ecologiche con programmazione temporale ristretta a non più di qualche annata agraria. Intanto si può notare che il localismo più o meno ristretto non ha impedito lo svilupparsi presso che universale del riciclaggio puntiglioso di ogni residuo di lavorazione, di consumo e di assimilazione biologica, tipico delle culture agrarie di ogni tempo e luogo.
Il localismo ristretto è spesso attribuito solo alle culture locali, rispetto ai saperi moderni ufficiali ed egemoni, mai visti abbastanza anch'essi come relativi a un luogo e a un'epoca determinata, a ciò che diciamo modernità occidentale, che ha come sua forma di localismo l'idea forte che i propri saperi e progetti non siano localistici e storicamente determinati, ma di assoluta eccellenza e certezza, secondo i più noti modi dell'eurocentrismo. Ma la subordinazione delle culture locali non fa abbastanza problema, nemmeno quando sui suoi problemi si innestano le proteste di intellettuali e di gruppi di protesta organizzati. Rispetto ai saperi e alle abilità egemoni, i saperi e le abilità tradizionali o spontanei o empirici sono certo più o meno impliciti, informali, incodificati e più o meno indicibili e non ascoltati, e se hanno il potere di saper fare di solito non hanno il potere di decidere che cosa fare e i mezzi economici per farlo, mentre ci sono saperi e poteri che si individuano solo quando si capisce che l'andamento della borsa di Singapore influenza la coltivazione del prezzemolo in Val Sesia e a Pompu.
Tutte le caratteristiche che si riconoscono ai saperi locali sono presenti e rigenerate come tali anche nelle società occidentali, in quanto saperi pratici, quotidiani, informali appunto, poco soggetti al discorso e all'apprendimento esplicito: saperi che continuano a giustificare proverbi come che vale più la pratica della grammatica. Ma ciò che più distingue i saperi che diciamo indigeni o locali non è tanto la loro implicitezza, ma la loro carenza di autorità o di potere, la loro subordinazione rispetto ai saperi che diciamo scientifici e ai loro detentori. I saperi tradizionali non solo sono più o meno subordinati insieme con i loro portatori, ma sono ancora ignorati e trascurati dai detentori dei saperi egemoni, che tendono a considerare "ignoranti" e tecnologicamente tabula rasa contadini, pastori, montanari, pescatori, rispetto al sapere e saper fare "vero", che però ogni volta è il sapere egemone.
In molte regioni d'Europa la gente di campagna e di montagna ha ancora modi di fare e di pensare radicati, ma anche adattati e ripensati nelle situazioni nuove di oggi. Anche le battaglie dell'ecologismo di gittata planetaria non si vincono ignorando modi di atteggiarsi verso il paesaggio e i mondi vegetali e animali legittimati da millenni di esperienza. I saperi locali non avranno forse prodotto una frazione delle conoscenze moderne sugli equilibri ecologici, ma hanno prodotto conoscenze, atteggiamenti, mentalità che non si modificano in un attimo e tanto meno con l'ignorarli, e nemmeno con la mitizzazione di aspetti parziali. Le genti rurali erano abituate a tagliar corto e a fare di necessità virtù, di ogni erba un fascio e di ogni legna fuoco, se le bestie muoiono e il freddo non dà tregua. Oggi però non è più tanto difficile smettere di vedere l'albero utile per abituarsi a vedere utile la foresta, sebbene ciò che all'ecologismo planetario appare chiaro, per molti diretti interessati molto resta da digerire e da assimilare, sia nelle valli alpine che negli studi professionali e nei ministeri dei trasporti. In paesi come l'Italia questo tipo di nozioni e di sensibilità sembra ancora molto carente da parte di chi pianifica e progetta, come mostra oggi, per l'appunto, la controversia spesso violenta per l'alta velocità in Piemonte, che è diventata quasi solo un problema di ordine pubblico, anche perché il processo decisionale non è mai stato abbastanza pubblico, o nel migliore dei casi lo si è voluto come informazione, educazione, sensibilizzazione, ma dall'alto verso un 'basso' che non si riconosce più tale rispetto ai suoi propri luoghi, alle sue proprie risorse locali, al suo modo di vita.
Non lasciare decidere l'algoritmo:
scegli La Nuova Sardegna per le tue notizie su Google
