“Il giorno del giudizio” è un docufilm
Prodotto da Gavino Poddighe, domani in anteprima a Milano
NUORO. «Ho una settimana di lavoro intenso, ma col cuore in angoscia perché il rivolo dei ricordi sembra essersi arrestato. Forse ho concepito un disegno troppo vasto. Ne sono addolorato perché si tratta non di gloria o di fama, estranee al mio spirito, ma di impedire a un mondo di morire». È condensata in questa lettera del 20 novembre 1971, indirizzata al più caro amico, Bernardo Albanese, l'urgenza incontenibile che spinse il giurista e scrittore Salvatore Satta, a scrivere quello che George Steiner ha definito «uno dei capolavori della solitudine e della letteratura moderna». Ora, nel quarantesimo anniversario della scomparsa di Satta, “Il giorno del giudizio” diventa un poetico e struggente racconto per immagini, presentato in anteprima lunedì, a Palazzo Sormani, a Milano. E così la nuova produzione originale del regista e drammaturgo nuorese Gavino Poddighe e dell'associazione I segni delle radici, diventa anche un'occasione straordinaria di promozione turistica della Nuoro capitale letteraria, città di «demoniaca tristezza», che pure (e, anzi, forse proprio per questa sua nomea) affascina e seduce. Ecco perché l'evento di Milano è stato sposato con entusiasmo dall'amministrazione comunale di Nuoro e dall'assessorato alla cultura.
«Senza contare _ aggiunge Gavino Poddighe _ la preziosa collaborazione dei servizi cimiteriali comunali nel lavoro di ricerca di immagini e lapidi». Il docu-film, al quale hanno collaborato Pasquale Mereu, Paolo Altea, Marco Moledda, Tonino Mesina e Gavino Poddighe de "I segni delle radici", sfrutta proprio la potenza evocativa delle immagini catturate nello storico cimitero monumentale di Sa 'e Manca. E assistere a quella carrellata crepuscolare di marmorei busti cadenti, croci divelte, lapidi scrostate dal tempo e aggredite da infestanti rovi, col sottofondo del piano di Ludovico Einaudi e la voce imponente di Poddighe che interpreta passi salienti del romanzo, emoziona e mette quasi i brividi. È come se Salvatore Satta in persona, spinto da quell'insondabile urgenza spirituale che lo pervase nell'inverno della sua vita, si riaffacciasse – taciturno e pensieroso – tra i cipressi e le tombe di Sa ' e Manca, a contemplare, dopo tanti anni, quelle lapidi e quelle croci sotto le quali giace quella Nuoro che quasi lo ossessionava. «Ciò che più atterrisce nel ricordo è che tutto quel mondo che ho cercato di descrivere sia stato un mondo di vivi. Quelle ombre terribili e ridicole che vado evocando, sono diventate necessarie alla mia esistenza. In fondo non ci sono altre persone vive per me che questi inutili morti». Quella Nuoro letteraria di «demoniaca tristezza» e inafferrabile attrazione.
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