Un empirista eretico tra passione e ideologia
Il letterato: la contraddizione come regola suprema
di ALESSANDRO CADONI
È noto come Robert Musil, nell’«Uomo senza qualità», cercasse nell’ «utopia del saggismo» la via per superare la contraddizione tra “anima” ed “esattezza”. A quest’utopia – al luogo inesistente della conciliazione degli opposti – càpita di pensare in relazione alle contraddizioni pasoliniane, che appunto non conoscono sbocco sintetico – restando tale conciliazione utopica: contraddizioni destinate a diventare, da subito, segno distintivo ed esibito, oggi più che mai vitali ma anche a rischio di annacquamento per effetto di un «ron ron» pubblicistico che, normalizzandole, le ha ridotte ai minimi termini. «Lo scandalo del contraddirmi, /dell’essere / con te e contro te; / con te nel cuore, / in luce, / contro te nelle buie viscere»: sono versi, questi, tratti dalle «Ceneri di Gramsci», del 1956, e che trovano eco in un’opera saggistica che nasce proprio in quegli anni, «Passione e ideologia», pubblicata poi nel 1960.
Mescolanza e duplicità. Proprio a tale proposito dicevo del binomio anima-esattezza, e cioè in raffronto a quei titoli di Pasolini, ossimorici ma inclusivi, in cui già è contenuta quest’idea: e allora in «passione» e «ideologia» c’è una polare convivenza degli opposti, per parafrasare un passo del 1959 di Franco Fortini, ancora oggi tra i più preziosi nell’immane matassa della critica su Pasolini. Critica vitalissima in tutto il pianeta, paragonabile per mole – nelle nostre lettere – solo a quella dei maggiori classici e forse del solo Italo Calvino, tra i contemporanei. Fortini, che è stato per molti versi opposto e complementare a Pasolini (i due non si sono risparmiati violente liti, che alla fine hanno visto calare sull’amicizia un silenzio durato sino alla morte di Pasolini), ha riportato il Pasolini letterato alla prova dello stile, rinvenendo nella sua scrittura la presenza quasi ossessiva dell’ossimoro e, in particolare, della sineciosi: ovvero di quella figura che vede attribuite a un elemento due qualità contrarie. Ecco che Pasolini diviene, così, il poeta dell’«ubiquità nella duplicità polare». Carattere che ben s’addice anche al narratore, per non dire dell’autore di film o del saggista. Pensate a «Empirismo eretico» (1967), altro suo fondamentale volume di saggi, laddove empirismo, l’attrazione per l’esattezza attraverso l’osservazione, si traduce ex abrupto in eresia.
Tra Longhi e Contini. Ma dicevo della prova dello stile, quella che oggi, ancora e più che mai, fa parlare Pasolini attraverso la sua opera, al di là dei rischi di normalizzazione di cui accennavo sopra: dall’onnipresente metafora del Palazzo o delle lucciole alla sempre troppo citata poesia – di «brutta poesia» parlò Pasolini stesso – degli scontri tra studenti e poliziotti a Valle Giulia. Ecco, di Pasolini, in tempi difficili per la riflessione stilistica, ci deve parlare proprio lo stile, inteso come idea integrale di realtà, la stessa di due saggisti impareggiabili come Contini e Longhi, i due maestri dichiarati, che si sono interessati principalmente ai problemi di stile dei loro autori in sicura connessione con l’obbiettivo essenzialmente storicistico del loro lavoro: stilisti integrali essi stessi ma capaci di maneggiare come nessun altro – specie il caso di Longhi – un artificio pernicioso come la prosa d’arte.
Neoavanguardia. Va ricordato: Pasolini aveva subito simpatizzato con le nuove correnti di marca formalistica, quella semiologica, ad esempio. Ci irrompeva, però, con regole solo sue, e perciò i pionieri, si chiamassero Eco o Segre, si preoccupavano da subito di tenerlo lontano; in fondo fu sempre un avversario dei formalismi; né si negò aspre polemiche con la Neoavanguardia, sebbene lontano dalle vedute di un Lukács, che pure, da marxista (eretico), non disdegnava. Lontano dal puro formalismo ma sempre attento alla forma del reale e alle sue traduzioni linguistiche, fossero quelle più complesse, letterarie, o immediate, cinematografiche.
Contaminazioni. È così che la sua pagina, il suo fotogramma, rispondendo non tanto alla fotografia del vissuto quanto alle modalità complesse secondo cui la realtà si dà forma, di tale realtà sanno restituire lo spettro intero, la radiografia. Eppure era stato proprio lui a definire il cinema, nella sua fulminea impressione di corpi in movimento su pellicola, come «lingua scritta del reale». E però nel fotogramma – prendiamo quello di un povero cristo, un «magnaccia del Pigneto visto come un’architettura romanica o un personaggio masaccesco» – l’immagine è inscindibile dalla musica: prendiamo, nello stesso caso, quella sacra, sublime per eccellenza, di Bach.
Fotogramma PPP. Ciò che ne vien fuori è un inequivocabile «fotogramma-Pasolini», come già esistono i fotogrammi, altrettanto inequivocabili, di Fellini o Rossellini. Ecco, quello pasoliniano è un fotogramma in cui esplode la «mescolanza degli stili» di cui parlava Auerbach, ovvero la «contaminazione», nei termini cari all’autore di «Ragazzi di vita»: contaminazione degli stili che risponde, nella mediazione tra azione e linguaggio, a una sorta di indice di realtà. Ecco, allora, in cosa si traduce un film straordinario come «Accattone» (1961), l’esordio, in cui forse il regista tocca già il vertice: laddove quel magnaccia di cui si diceva è protagonista di una tragedia che, sul nascere del boom economico, già decreta la scomparsa d’una buona parte di nazione – intesa come composizione sociale – come quattordici anni dopo Pasolini, ormai «corsaro» e «luterano», non farà altro che ratificare. Ed ecco ancora «Il Vangelo secondo Matteo» (1964), «Teorema» (1968) o «Medea» (1969), varianti d’una tragedia solo apparentemente diversa.
Una besta selvaggia. Ed ecco il volto cupo dell’ultimo Pasolini, quello di «Salò o le 12 giornate di Sodoma» (1975) e degli «Scritti corsari»: opere alle quali lavorava parallelamente al suo grande romanzo postumo, «Petrolio», uscito, allo stadio d’incompiuto, soltanto nel 1992. Il critico e scrittore Emanuele Trevi ha parlato di questo libro misterioso come di una «bestia selvaggia»: un monstrum nel quale la mescolanza degli stili – lungi dalla riduzione ai minimi termini a un eterno, ineluttabile, dannunzianesimo – risponde «allo stile di una vita in cui la mescolanza stessa diviene una forma di vita», come ha scritto Hervé Joubert-Laurencin, studioso oggi tra i più stimolanti dell’opera pasoliniana.
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