Paul Klee a Nuoro: la ricerca senza fine di un poeta della libertà
Intervista con Pietro Bellasi curatore dell’esposizione al Man. «La Sardegna sfiorata e non raggiunta è come la sua arte»
NUORO. È la mattina del 7 aprile 1914, Paul Klee viaggiando verso la Tunisia, costeggia la costa occidentale della Sardegna e annota nel suo diario: «I colori dell’acqua e dell’atmosfera sono oggi ancora più intensi di ieri. Sono più ardenti e un po’ più cupi».
Sarà un viaggio fondamentale per l’artista tedesco. E lo spiega bene Pietro Bellasi, curatore – con Guido Magnauguagno e Raffaella Resch – della mostra del Man “Paul Klee. Mondi animati”. «In quel viaggio Klee percepisce la luce come un fenomeno in divenire, lontano dall’idea statica del colore proposta dal cubismo per esempio – spiega Bellasi–. Un fatto dinamico, senza fine. Una delle cose più belle, rileggendo quella frase del suo diario, e il presagio che si coglie. Il non essere sbarcato in Sardegna, l’averla solo costeggiata ci racconta la sua poetica in maniera molto forte. Per lui l’isola è un lontano paradiso, dove forse vivono i suoi angeli, un paradiso che si agogna ma dove non si approda mai».
La poetica di un eterno ricercatore per cui il colloquio con la natura è la condizione fondamentale per un artista. Come disse un critico d’arte: «per Picasso l’arte è un muro da riempire, per Klee un’altra pagina da sfogliare».
«Per Klee tutto è natura – conferma Pietro Bellasi –, anche il mondo inanimato. Il segno a cui lui si affida è un fatto poetico e scientifico in eterno movimento. Non è però, libertà sfrenata, ma piuttosto la ricerca serissima attraverso il gioco, come quella dei bambini. Un modo per conoscere la realtà, e il connubio tra realismo e libertà è nemico del totalitarismo».
L’aspetto del mondo in cui Klee si esprime, quello della Grande guerra e dell’avvento del totalitarismo comunista e fascista con altri tragici orrori, è fondamentale per Bellasi antropologo e sociologo dell’arte.
«L’unico valore che non si incontra nell’opera ricchissima di Klee è la simmetria, un evento che esiste in natura solo per un preciso istante e che muta subito dopo. Ammira la perfezione nella grande arte rinascimentale, ma non gli piace, gli appare morta – spiega lo studioso–. La perfezione è tragica, come la simmetria è uniforme. In fondo l’estetica dei totalitarismi è fatta di gigantismo, simmetria e uniformi». E l’arte di Paul Klee viene bollata subito dai nazisti come “degenerata”, la scuola d’arte e design Bauhaus dove insegna chiusa dal regime.
«Ogni opera di Klee è un progetto aperto, una porta verso un’altra opera. Un’idea di “non finito” osteggiata da tutti i pensieri totalitari, che sono conclusi, tendono alla chiusura e alla recinzione. Mentre il lavoro del pittore tedesco ci parla della genesi del segno, senza fine e mutevole. Klee è esplosivo, ribelle e contraddittorio – spiega il curatore – non è un dadaista e non è cubista e il suo lavoro non è mai completamente astratto. Ha delle intuizioni profetiche, descrive la fisica quantistica nei suoi universi possibili, e la psicanalisi dove il desiderio è una forza, una mancanza che ci spinge alla ricerca piuttosto che un bisogno materiale soddisfatto da un possesso. La consapevolezza assoluta della “non fine” e della genesi ».
Lo sguardo del ragazzo tedesco figlio di musicisti, sul ponte della nave “Cartaghe” che da Marsiglia lo porta verso il porto di Tunisi, incrocia quella mattina di primavera di cento anni fa un’isola su cui non approderà mai, sarà una breve visione, forse un desidero fugace sicuramente un’altra di quelle pagine da aprire e da non chiudere mai di cui è fatta la sua straordinaria opera.
Nello stesso diario Paul Klee – nato nel 1889 all’epoca ha 25 anni – annota la sua scoperta del Mediterraneo: «Un senso di conforto penetra profondo in me, mi sento sicuro, non provo stanchezza. Il colore mi possiede. Non ho bisogno di tentare di afferrarlo. Mi possiede per sempre, lo sento. Questo è il senso dell’ora felice: io e il colore siamo tutt'uno. Sono pittore».
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